Il managing partner racconta come il settore abbia fatto il salto di qualità nel giro di un decennio. La sfida ora è colmare il divario di capitali e superare le resistenze culturali, per garantire al Paese le “Google di domani”
Andrea Di Camillo, founder e managing partner di P101
“Il venture capital italiano è diventato finalmente un’industria”. Andrea Di Camillo, founder e managing partner di P101, non usa giri di parole per descrivere il cambiamento epocale che ha investito il settore negli ultimi dieci anni. Dalla sua postazione privilegiata, che vede la società gestire circa 500 milioni di euro e aver realizzato 300 investimenti in oltre 60 aziende, il manager traccia la parabola di un ecosistema giunto dal nulla a un punto di non ritorno in cui la vera posta in gioco è la capacità del Paese di sostenere l’innovazione a lungo termine. Una sfida che va oltre i meri numeri, toccando corde culturali e strategiche profonde.
La prima, e forse più cruciale, lezione che Di Camillo offre riguarda la natura intrinseca del venture capital. “E’ il tendenziale che fa la differenza anzichè il singolo periodo”, spiega, smontando l’illusione di rendimenti immediati. Questo è il concetto di capitale paziente: un denaro che non si aspetta risultati a fine anno, ma finanzia la creazione di qualcosa di nuovo e il cui valore può emergere anche dopo parecchio tempo. A differenza del private equity, che spesso “sostituisce un azionista privato con un azionista finanziario” questo segmento “si affianca all’azionista privato”. “Un investimento in una startup”, spiega infatti, non “è una pura operazione finanziaria ma un’iniezione di linfa vitale che paga stipendi a chi fa ricerca e sviluppa nuovi prodotti. È capitale di sviluppo puro, che alimenta l’innovazione e genera occupazione qualificata. Il managing partner di P101 porta l’esempio di Google, divenuta un colosso dopo un decennio di sviluppo: “È emblematico di come l’innovazione richieda orizzonti temporali ampi e una visione strategica che trascenda le metriche di rendimento immediate”.
Nei numeri di P101 la prova che la pazienza paga
La progressione dei fondi di P101 in dieci anni, passati dai 70 milioni del meno recente ai 250 milioni del l’ultimo e con un rendimento già significativo grazie alle exit realizzate in particolare sul primo, è la dimostrazione tangibile che la pazienza ripaga. “Abbiamo seminato molto e qualcosa lo abbiamo già raccolto”, dice Di Camillo, che precisa: “Abbiamo restituito capitale e rendimento ai nostri investitori invogliandoli a tornare a puntare sui nostri fondi in modo più deciso di prima”. Ma il vero frutto di quei quasi 9 miliardi di euro investiti dall’ecosistema del venture capital in imprese innovative in Italia, secondo il manager, si vedrà solo più avanti.
Guardando all’Italia, il quadro si arricchisce di luci e ombre. Il numero di operatori VC è balzato da circa 30 a 150 negli ultimi anni, con un aumento degli investimenti complessivi pari a 7 miliardi di euro negli ultimi cinque anni e tale da portare il Paese al decimo posto in Europa per volumi. Eppure, questa crescita si scontra con una realtà più amara: la Penisola è 24esima (quart’ultima nell’Unione Europea) per investimenti pro-capite, con soli 114 euro nel 2024. Un gap che non è dovuto a una minore qualità delle idee o dei talenti, secondo Di Camillo: “Le aziende in cui investiamo non hanno certo meno potenziale rispetto a quelle degli altri Paesi, ma soffrono di una diversa capacità di attrarre capitali”. L’aneddoto di due giovani italiani che con la loro startup AI raccolgono un milione e mezzo da noi, mentre un’azienda analoga in California ne ottiene 40, è rivelatore: “Questo ci dice che lo stesso oggetto ha una capacità di attirare capitale figlia del mercato in cui siamo”. È la “virtù della necessità” che rende il capitale tricolore “più efficiente”, costringendo gli operatori a scelte oculate. P101, ad esempio, adotta una strategia generalista e diversifica in settori tecnologici chiavecome la cybersecurity o l’intelligenza artificiale ma investe anche in diverse fasi di sviluppo aziendale. Un approccio che permette di gestire al meglio il rischio in un mercato relativamente contenuto.
La sfida culturale
Ma i capitali, per quanto fondamentali, non rappresentano l’unica variabile nell’equazione dell’innovazione. Di Camillo, che ha fatto parte della task force del ministero per lo Sviluppo Economico e ha collaborato con Corrado Passera alla definizione dello Startup Act del 2012, sottolinea con forza l’importanza di un cambiamento culturale. “In Italia la parola fallimento è associata al fallito”, lamenta, contrapponendo questa visione a quella in cui l’insuccesso è un passo necessario e un’occasione di apprendimento. Una stigmatizzazione che frena l’assunzione di rischi e la nascita di nuove iniziative. “Se questa cultura del rischio non viene raccontata bene” avverte, “non avremo mai le Google del futuro.
Per questo, l’apertura del VC a un pubblico più vasto, attraverso iniziative come la partnership di P101 con Azimut per i fondi retail, assume un valore strategico. Non si tratta solo di ampliare la base degli investitori ma di educare e “raccontare questo mondo di nuove aziende e di nuove sfide”. Il venture capital, conclude Di Camillo, è “sostanziale per il Paese”. Ha il potere di generare quelle “società che sono motore di crescita economica”. Del resto, big tech come Apple e Amazon o la stessa Google, sono nate tutte grazie a finanziamenti di questo tipo e oggi dominano i mercati per dimensione e capitalizzazione. Il lavoro del settore, supportato anche da istituzioni come CDP o la BEI, è quello di colmare un ritardo storico e costruire un futuro in cui l’Italia possa competere ad armi pari, generando le proprie storie di successo a lungo termine, con la consapevolezza che si tratta di un viaggio lungo, fatto di semina paziente e di una profonda fiducia nell’innovazione.
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