Tagliabue (Amundi): “Dopo covid-19 modelli di servizio orientati al cliente”
L’emergenza sanitaria ha messo in luce il lavoro dei consulenti. Ora più che mai “tutti gli attori dell’industria hanno bisogno di essere vicini alle necessità del cliente”
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Fra le tante sfide imposte al sistema dall’esperienza Covid19, nel mondo degli investimenti emerge senz’altro quella legata alla necessità di migliorare i criteri di allocazione degli investimenti, orientandoli verso soluzioni che non contrastino con lo sviluppo sociale e non danneggino l’ambiente circostante.
Già da diversi anni sempre più investitori, sia i più piccoli che i grandi azionisti istituzionali, si mostrano sensibili alle decisioni che vengono prese in sede assembleare, un trend che i top manager non possono ignorare.
Se guardiamo ai dati contenuti nella relazione di sostenibilità 2020 (dati aggiornati all’anno precedente) di Lazard Asset Management, fra i più grandi investitori globali con 172,6 miliardi di euro di asset in gestione in tutto il mondo, emerge che l’anno scorso le risoluzioni votate contro i management delle società in portafoglio sono state il 29% del totale, una percentuale che è andata calando negli anni: è stata del 47% nel 2017 e del 43% nel 2018.
Laura Nateri, country head per l’Italia della società, ci spiega numeri e tendenze di questo fenomeno che pian piano sta facendo breccia nel cuore – e nei portafogli – dei grandi investitori mondiali.
È ancora presto per parlare dei dati sull’attività di engagement di quest’anno, ma in base alle nostre evidenze basate sui dati del 2019 possiamo affermare che su quasi 4.000 assemblee che abbiamo presenziato, nel 42% dei casi si è discusso di tematiche Esg, in prevalenza ambientali o legate alla governance. Sono certa che quest’anno questa percentuale sia migliorata perché nei board abbiamo notato maggiore consapevolezza verso temi che interessano non solo gli azionisti (gli shareholders) ma la comunità di investitori e portatori di interesse in senso più ampio (gli stakeholder).
Stiamo osservando che la pandemia ha sensibilizzato gli emittenti verso i temi sociali, soprattutto per ciò che concerne il benessere dei propri dipendenti. A causa del Covid molte aziende si sono preoccupate di assicurare ai propri dipendenti migliori condizioni di lavoro, anche da remoto, e di salute più in generale. Quindi, sulla base dei dati relativi al 2019 e sulle esperienze del 2020, seppur in mancanza di dati ufficiali, mi sento di dire che quest’anno ha fatto da acceleratore nell’adozione di migliori pratiche di sostenibilità nelle società globali.
Tipicamente i nostri processi prevedono la divisione delle società in due gruppi: Leaders e Sustainers. Appartengono al primo quelle aziende che sono avanti nel processo di integrazione dei fattori Esg su tutti i livelli e quindi con loro è facile fare engagement. Ma investire solamente nelle aziende già leader sarebbe un’opportunità persa: ecco perché andiamo a lavorare anche sulle società che definiamo Sustainers, ossia quelle aziende che stanno lavorando attivamente per migliorare la propria redditività attraverso l’applicazione più rigorosa di strategie sostenibili. Come ho ricordato, lo scorso anno abbiamo preso parte a quasi 4.000 assemblea partecipando attivamente a più di 41mila risoluzioni. Nel 29% dei casi ci siamo espressi contro il management, una percentuale che è andata calando negli anni (è stata del 47% nel 2017 e del 43% nel 2018, ndr): pensiamo che questo sia un segnale positivo che mostra come i top manager stanno diventando sempre più sensibili alle esigenze degli investitori di minoranza e degli stakeholder più in generale.
Se prendiamo le economie sviluppate è sicuramente vero che gli Stati Uniti sono più indietro rispetto all’Europa. È noto che gli Usa non hanno sottoscritto i protocolli di Kyoto e nel 2019 sono usciti dai Trattati di Parigi sul clima, mentre al contrario qui in Europa nel corso degli anni sono stati introdotti una serie di provvedimenti che fissano norme e obiettivi da raggiungere per rientrare entro certi parametri climatici. Tutto ciò si riflette anche nei comportamenti delle società emittenti, chiamate a loro volta ad aderire ai diversi trattati. Mi piace pensare che l’avvicendamento alla Casa Bianca fra Donald Trump e Joe Biden possa favorire un cambiamento nell’approccio alle strategie climatiche da parte delle società Usa, in particolar modo sul fronte delle emissioni di carbonio. Nel frattempo, il vantaggio competitivo che l’Europa ha guadagnato sul campo fa sì che anche i clienti siano più sensibili sul tema in termini di requisiti richiesti. Ma all’interno dell’Europa esistono alcune differenze. I Paesi del Nord, patria anche dei più grandi investitori istituzionali in Europa, hanno già da anni una cultura fortemente orientata alla sostenibilità e stanno guidando il trend di crescita degli investimenti sostenibili e la necessità per gli asset managers di adeguarsi per poter rispondere a queste sollecitazioni. Al di fuori di Europa e Stati Uniti il quadro è più eterogeneo. Un Paese che sta cercando di fare progressi è sicuramente la Cina. Fino ad oggi ci sono tantissime società di gestione globali che hanno un sottopeso strutturale sulle aziende cinesi perché ritengono che la qualità della corporate governance non sia adeguata rispetto agli standard internazionali. Ora le cose stanno cambiando e la Cina si sta facendo promotrice di miglioramenti in alcuni ambiti anche per potenziare la sua immagine a livello internazionale.
Abbiamo rilevato una forte attenzione verso il tema del cambiamento climatico in tutte le assemblee. Diversi emittenti si mostrano propositivi a raggiungere gli obiettivi fissati dall’Agenda Onu con degli obiettivi di sostenibilità – i così detti SDG Goals – che entro il 2030 dovranno essere raggiunti. A questo proposito, un grosso tema che emerge oggi dagli investitori, sia i più piccoli che i grandi azionisti, è quello della misurabilità. Come si fa a vedere se tutto ciò che viene proclamato in assemblea o nei board poi viene messo a terra? Su questo campo c’è molto lavoro da fare. Per quanto riguarda il mondo obbligazionario si sta lavorando sulla definizione di standard internazionali che definiscano l’impatto che i green bond hanno sulle emissioni totali dell’emittente. Poi sul lato Social si pone tutto il tema della sicurezza sui posti di lavoro verso cui, come accennavo prima, le aziende si mostrano sempre più sensibili. In alcune aziende dove certi tipi di rischio non possono essere eliminate, prendiamo come esempio le miniere, si stanno studiando dei piani di remunerazione del management con incentivi legati all’adozione di misure che vadano a ridurre questi rischi. Per quanto concerne la Governance, si tratta da sempre di un fattore chiave integrato nell’analisi e nei processi dei gestori attivi, che attraverso le attività di engagement e stewardship, contribuiscono a migliorare quando necessario la governance delle società e dei paesi in cui investiamo.
Gli asset manager che fanno gestione davvero attiva interagiscono con le società con cui investono prevalentemente esercitando l’attività di voto in assemblea (voting), ma esistono anche molti altri modi per incoraggiare il miglioramento della governance societaria. È un’attività intensiva che richiede conoscenze e l’impiego di un adeguato numero di risorse dedicate e questo, chiaramente, richiede costi. Per questo motivo oggi questa strada è più facile da percorrere da chi ha una piattaforma di ricerca proprietaria e molto ampia in termini di risorse impiegate fra analisti e gestori. Solo chi possiede contemporaneamente questi due requisiti può ambire a condurre un’attività di stewardship efficace nei confronti delle aziende in cui investe. Questo spiega anche il perché i fondi attivi sono tipicamente più concentrati rispetto alle controparti passive o non attive. Un fondo che replica un indice non può rapportarsi alla stessa maniera e con la stessa efficacia verso le migliaia di aziende che compongono il paniere. Per un gestore attivo è più facile dedicarsi a ciascuna storia aziendale che decide di inserire nel suo portafoglio. Da diversi anni si parla di ‘passification’ dell’industria degli investimenti. E’ un trend che continuerà e che impone ai gestori attivi di fare la differenza proprio facendo leva sulle forti compteneze in materia di ricerca e analisi, soprattutto in quelle aree e in quesgli ambiti dove la composizione deigli indici non è rappresentativa della realtà. Strutture e piattaforme di ricerca hanno sicuramente un costo, però fanno anche la differenza in termini di qualità di servizio erogato al cliente.
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