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La crescita del private capital è strutturale. Ma richiede prodotti adatti, advisory avanzata e una segmentazione accurata. Le visioni di Fideuram ISPB, Banca Aletti ed Euromobiliare Advisory SIM
A parlar di alternativi, gli addetti ai lavori sembrano avere una visione comune: è uno dei terreni più dinamici della finanza globale. In cerca di alpha, negli ultimi tempi banche e asset manager guardano con sempre più interesse a private equity, private debt, infrastrutture e real asset. Allo stesso modo, l’industria deve bilanciare nuove opportunità di rendimento con sfide tutt’altro che marginali, dalla complessità dei veicoli alle implicazioni di liquidità fino al tema cruciale dell’educazione finanziaria della clientela retail. Gli asset non quotati promettono infatti performance più stabili e decorrelate, ma richiedono un’architettura distributiva e un livello di consapevolezza molto superiori rispetto agli strumenti tradizionali. Nell’ambito della tavola rotonda a porte chiuse organizzata da FocusRisparmio per approfondire i temi trattati nel Dossier Mercati Privati del magazine di settembre-ottobre, gli esperti si sono ritrovati d’accordo su un aspetto essenziale: l’avanzata degli alternativi nel portafoglio degli investitori italiani procede, non senza ostacoli.

Serve un cambio culturale
Per Fideuram ISPB, il percorso è lungo e richiede in primis un cambio culturale. “Siamo in linea coi dati di mercato, con circa il 2% di asset in questo settore”, dice subito Luca Anzola, head of Multimanager and Alternative Investments “ma ci abbiamo messo dieci anni per arrivare a questa percentuale. Non è un percorso semplice”. Il nodo gordiano è l’educazione della clientela, soprattutto adesso che i private market si aprono sempre più ai piccoli risparmiatori. “È impegnativo educare soprattutto la clientela non istituzionale all’investire sui private market”, ribadisce, aggiungendo come questo sia proprio il punto cruciale anche per il futuro del settore. Per rispondere a varie esigenze, Fideuram struttura l’offerta su più livelli. Da un lato ci sono i fondi multi asset, dall’altro un modello di advisory dedicata: “La direzione che abbiamo scelto è quella di fornire un servizio più tailor made”. La banca resta cauta nell’adottare soluzioni come i veicoli evergreen, studiati ormai due anni. “Forse siamo un po’ più prudenti rispetto agli altri ma vogliamo fare le cose per bene”, ricorda Anzola, evocando la crisi del 2008 e l’effetto di un gate su prodotti mal compresi. La gestione patrimoniale, per flessibilità, rimane uno strumento privilegiato, pur con le differenze strutturali tra mercati. L’architettura complessiva si basa così su tre pilastri: prodotti multi asset, collocamento di strategie singole manager, advisory personalizzata per la clientela più patrimonializzata.
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L’alpha come bussola per gli investitori
Per Banca Aletti, invece, il private capital è ormai parte integrante dei portafogli evoluti. “Il mondo dei private market è assolutamente strutturale e a nostro parere non può essere altrimenti”, afferma Marco Castagna, responsabile Investimenti Alternativi. La spinta viene da tre fattori convergenti: le novità normative, lo sviluppo dell’offerta, la crescita della domanda degli investitori più evoluti legata al premio di rendimento. Il ragionamento si fonda sulla distinzione tra beta e alpha: “Il rendimento di un investimento deriva dal rischio sistemico, quindi il beta. Poi invece c’è l’esposizione specifica che è l’alpha”. I mercati quotati servono per catturare il beta, mentre l’alpha per investitori private si costruisce proprio nei mercati non quotati”. Da qui il progetto di un’offerta ampia che copra tutte le asset class private, con una personalizzazione che si articola su patrimonio, sofisticazione e rischio. “Per i patrimoni più bassi il target è del 10%. Per patrimoni più alti arriviamo anche al 20 o 30%” del portafoglio”, afferma Castagna. A quei risparmiatori che muovono i primi passi si propone “una proposta multi-alternative”, mentre i clienti più sofisticati possono accedere alle strategie di punta come asset-based lending o club deal. L’elemento cruciale dell’espansione dei mercati privati è, poi, l’ELTIF. “Con l’ELTIF 2.0 la soglia minima si è abbassata, consentendo di avere soluzioni con anche 1000 euro come size minima di ingresso”, spiega Castagna. Le grandi case si stanno ormai allineando e il rischio di una disomogeneità tra prodotti istituzionali e retail appare limitato. “L’obiettivo è dunque portare i private markets all’interno di tutti i portafogli dei clienti private, non come settore di nicchia ma come componente strutturale”.
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Il costo della liquidità
Euromobiliare Advisory SIM porta una prospettiva storica e allo stesso tempo critica al dibattito sui private market. Il gruppo ha alle spalle un’esperienza lunga nel private equity domestico. Come ricorda Andrea Di Giorgio, Advisory Portfolio Manager & Fund Selector della società, già nella prima decade degli anni 2000 il Gruppo ha fondato Credem Private Equity SGR che ha costituito vari vintage sul private equity italiano, anche se, dice Di Giorgio, “non era ancora presente una visione strategica ben precisa”. Negli ultimi anni, e con l’arrivo della SIM, l’offerta è stata ridefinita anche grazie alle polizze LPS e il Gruppo sta ridisegnando il suo posizionamento nell’offerta di questi asset per il futuro. “Abbiamo confezionato un’offerta strutturata, puntando su veicoli assicurativi lussemburghesi. È un modello costruito su misura, soprattutto per clienti di grandi dimensioni, con cui decidiamo insieme come strutturare l’offerta”. Di Giorgio pone l’attenzione su i rischi di un eccessivo allargamento dei mercati privati al mass market: “Non è detto che questi investimenti siano adatti a tutti. Ci sono dei freni impliciti ma anche delle complessità tecniche difficili da spiegare ai clienti” dice, riferendosi per esempio al tema dell’over-commitment e delle capital call. Le soluzioni evergreen rappresentano di certo una via più gestibile, ma introducono nuovi interrogativi. “Bisogna capire qual è il prezzo vero in termini di liquidità”, afferma il fund selector. Per questo Euromobiliare Advisory SIM insiste sulla selezione accurata come leva per compensare rendimenti attenuati dalla struttura dei veicoli destinati alla distribuzione retail. In un mercato dalla dispersione elevata, è necessaria una gestione attiva e specializzata. “Il team fa sicuramente la differenza perché deve conoscere a fondo le aziende in portafoglio. Per il cliente finale ciò significa engagement reale e personalizzazione dell’investimento”, conclude.
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