Il gruppo svizzero, che è attivo da tre decenni nei mercati privati e gestisce già 52 miliardi di dollari in asset alternativi, cavalca l’evoluzione del settore con nuove strategie
Paolo Paschetta, equity partner e country head Italia di Pictet AM
Ci sono asset manager che seguono i trend e altri che li anticipano. Pictet AM appartiene alla seconda categoria. Non è un caso, infatti, che Paolo Paschetta, equity partner e country head Italia del gruppo svizzero, ricordi subito come la società investa in strategie alternative dalla fine degli anni Ottanta, “con il lancio del primo fondo di private equity nel 1989”. È una storia lunga oltre trent’anni, che si è evoluta insieme alla maturazione stessa dei mercati privati. Così, quando il settore ha iniziato a mostrare segnali di accelerazione, Pictet aveva già costruito una piattaforma solida. “L’evoluzione dei mercati ci ha spinto a percorrere la strada dei coinvestimenti, legando in particolare la nostra esperienza tematica sui mercati quotati alla capacità di selezionare i futuri winner in ambito privato”, continua il manager. A fare la differenza, dice, è la capacità di attingere all’esperienza di “oltre 90 General Partner specializzati coi quali vantiamo un rapporto esclusivo”.
Oggi il gruppo gestisce 52 miliardi di dollari di masse in asset alternativi, di cui oltre la metà in private equity, una crescita che in meno di dieci anni ha registrato un CAGR del 18%. In Italia, la società ginevrina è stata tra le prime case a credere negli ELTIF come porta d’ingresso al mondo dei private asset: “Ci siamo affacciati al mercato italiano con un primo ELTIF nel 2022 dedicato al real estate, avvalendoci dell’expertise del wealth management e la conoscenza diretta del mercato europeo. Abbiamo quindi lanciato nel 2024 un ELTIF nell’ambito private equity”, costruito sulla forza tematica del gruppo in tecnologia e ambiente e su un “approccio scientifico”. La prossima tappa, poi, è già fissata. “Affacciandoci al 2026, stiamo lavorando a un nuovo prodotto dedicato al credito, un ELTIF di private credit evergreen”, rivela Paschetta. Lo strumento pensato per un investitore che cerca rendimenti più elevati ma non vuole essere prigioniero di vincoli temporali troppo rigidi: “Avrà quindi minori vincoli in termini di tempo per l’investitore finale e ritorni attesi superiori agli investimenti obbligazionari tradizionali”.
Se il mercato globale dei private asset vive un’espansione vigorosa, l’Italia sta attraversando una fase di maturazione particolarmente interessante. “Il mercato privato inizia a sentire i benefici del PNRR e mostra un forte interesse anche dal private banking”, afferma Paschetta. E proprio il private banking sta diventando l’architrave che collega due mondi (quello delle imprese alla ricerca di capitali e quello degli investitori che vogliono diversificare) perché, come spiega, la società “si avvale dell’expertise del private banking per minimizzare la distanza tra aziende che si affacciano ai mercati privati e investitori interessati ad approfittare di questa opportunità”. Rimane però un punto scoperto: “Ancora da verificare la profondità in ambito venture capital”. Un nodo cruciale, perché l’Italia scommette sulla transizione energetica e sulla digitalizzazione, ma ha ancora bisogno di ampliarne la pipeline early stage.
Sul tavolo c’è anche una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni: l’apertura degli investimenti privati a un pubblico più vasto. Il manager lo considera un processo inevitabile: “Sì, ci aspettiamo che la democratizzazione dei private assets abbia successo. E non potrebbe essere altrimenti”, risponde convinto. Le condizioni, d’altronde, ci sono tutte. “Sul fronte normativo, strumenti come gli ELTIF facilitano l’accesso con regole chiare e protezioni adeguate”, mentre la tecnologia oggi “riduce le barriere d’ingresso, abbassando i costi e i tagli minimi di investimento”. Ma la democratizzazione non è un automatismo, richiede disciplina. “Il successo dei mercati privati dipenderà dalla capacità di effettuare una selezione accurata dei gestori, da strutture di costo trasparenti e, non ci stancheremo mai di ribadirlo, da una corretta educazione finanziaria al tema”.
Un mercato da 20mila miliardi (entro il 2030)
L’attenzione crescente per i private assets non è un fenomeno episodico. È il segno di una nuova geografia finanziaria, più orientata al lungo periodo e meno soggetta alle oscillazioni dei listini. “I private assets stanno guadagnando sempre più attenzione grazie alla loro capacità di offrire ritorni superiori al mercato e diversificazione rispetto agli asset quotati”, afferma Paschetta. Una caratteristica resa possibile dal fatto che “i private assets offrono un premio per l’illiquidità, con rendimenti storicamente più alti a lungo termine”. Il settore ha già compiuto un salto dimensionale impressionante. “Parliamo di un mercato in forte espansione, con previsioni di crescita che vanno dagli attuali 13mila miliardi di dollari (già quintuplicati dal 2010 al 2025) a oltre 20mila miliardi di dollari al 2030”, dice senza mezzi termini il country head. E dentro questa crescita si distinguono due motori principali. “Il private equity è il motore principale dei mercati privati, con un valore che potrebbe raddoppiare entro il 2030”, continua. “Anche il private debt sta crescendo rapidamente, con un mercato secondario che si espande in fretta fornendo liquidità”. Il vero punto di svolta dei prossimi anni, però, sarà la qualità delle società selezionate. Lo chiarisce lo stesso Paschetta: “Guardando al 2026, i mercati privati si proiettano verso una nuova era di investimenti, focalizzata sulla crescita dei ricavi e l’espansione dei margini”. Una necessità strategica, perché i rendimenti degli alternativi “dovranno necessariamente essere superiori alle stime di performance del mercato azionario, ora fissate al 5%”.
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