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Secondo uno studio di AcomeA Sgr, le quotate piccole e medie stanno sovraperformando quelle grandi perché meno esposte agli USA. E continueranno a farlo. Ecco titoli e settori in vetta
C’è sempre un rovescio della medaglia, anche nella guerra commerciale innescata da Donald Trump. Nonostante le numerose ripercussioni negative, i dazi USA stanno offrendo un’opportunità inaspettata per il mercato italiano. A beneficiarne sono le imprese più piccole e con una ridotta esposizione commerciale agli States, che hanno messo a segno risultati borsistici di tutto rispetto negli ultimi mesi e vinto di fatto la sfida delle tariffe con le loro colleghe più grandi. La riprova viene da uno studio di AcomeA Sgr, secondo cui la tendenza potrebbe proseguire nei prossimi trimestri e fare delle aziende meno ‘Usa oriented’ un boccone sempre più appetibili per gli investitori.
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Le mid cap stanno vincendo la guerra dei dazi
Leggendo l’analisi emerge come, dal quel 13 febbraio in cui il presidente USA ha annunciato i dazi, la performance delle small e mid cap di Piazza Affari meno dipendenti dai consumatori americani abbia superato del 30% quella delle quotate che esportano di più Oltreoceano. Nei quasi due mesi intercorsi tra quella data e l’effettiva entrata delle misure, avvenuta il 2 aprile, gli investitori hanno dunque iniziato a premiare le imprese meno attive sul mercato a stelle e strisce.
USA oriented e non: le traiettorie divergono

Vincitori e vinti
Lo studio arriva fino a questi ultimi giorni e, come fa notare il portfolio manager di AcomeA PMITALIA Simone Benini, evidenzia andamenti molto differenziati sia tra settori sia tra società domestiche ed esportatrici. Considerando le aziende meno esposte al mercato USA, tra i comparti migliori spiccano gli industriali (+30,14%): qui sono Avio e Enav a guidare la carica, con la prima che ha messo a segno un allungo del 132,89% e la seconda protagonista di rialzi per un totale del 24,05%. Molto bene anche il comparto del consumer discretionary (+31,39%), in particolare grazie a Lottomatica (+47,56%) e OVS (+11,52%). E il bilancio decisamente è positivo pure per le utility Iren (+20,53%) e Acea (+11,51%). Opposto risulta invece il risultato degli stessi beni discrezioni nel momento in cui si considerano le aziende più esposte al mercato americano: -21,04% il bilancio di questo gruppo. Ma i dazi non hanno risparmiato neppure l’ healthcare, con gli esportatori che hanno fatto -14,44% contro il +0,17% dei player di settore focalizzati sul mercato domestico.
Due mondi a confronto

Small e mid italiane più resilienti
“Le tariffe stanno ridefinendo gli equilibri commerciali globali ma a livello locale potrebbero rappresentare l’inizio di una fase favorevole di un segmento a lungo trascurato dagli investitori internazionali”, afferma a proposito delle small e mid cap italiane Benini, che parla di “potenziale rinascita”. L’esperto rimarca poi come la maggiore resilienza di queste quotate sia evidente: l’aggregato mostra infatti una performance media ponderata che si attesta a +17,72%, contro il +9,69% dell’intero paniere delle società tricolori meno esposte agli USA (esclusi i titoli finanziari). L’interesse sembra insomma orientarsi gradualmente verso il comparto delle pmi e, secondo l’esperto, questo trend potrebbe trovare anche un altro importante catalizzatore: l’avvio dell’iniziativa del governo a favore delle pmi quotate nazionali attraverso il Fnsi di Cdp. “Indiscrezioni dicono che avrebbero aderito all’iniziativa portata avanti dal Mef una dozzina di Sgr”, chiarisce il manager di AcomeA, “con un obiettivo di raccolta di 700 milioni di euro”.
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Meno ‘Usa oriented’, più appetibili
I motivi che stanno rendendo le società meno esposte agli States più appetibili agli occhi degli investitori sono semplici: non contribuiscono negativamente alla bilancia commerciale USA e sono escluse da barriere tariffarie. “Un forte legame con il mercato nordamericano era prima sinonimo di valutazioni elevate e prospettive di crescita più robuste”, analizza l’esperto, “ma l’introduzione di dazi strutturali fino al 15% ha in parte eroso questi vantaggi”. Benini fa anche notare come il mercato sembri aver già iniziato a scontare il mutato stato delle cose, premiando le imprese italiane con modelli di business meno ‘USA oriented’. La tendenza in atto potrebbe quindi proseguire anche nei prossimi trimestri, man mano che verranno pubblicati i risultati trimestrali e l’impatto della guerra commerciale inizierà a essere incorporato nei conti economici. “Il tema della localizzazione delle produzioni e della dipendenza dall’estero è ormai centrale nelle analisi sulle quotate”, spiega il manager. E, con la recente firma di accordi tra Stati Uniti e Unione Europea, gli investitori sembrano già guardare oltre. “L’attenzione verso la distribuzione geografica dei ricavi e il rischio cambio rimane un fattore chiave di valutazione”, è la sua conclusione.
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