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Equita: nel 2025 la raccolta è tornata in positivo. E ora le pmi quotate, tra sostegno istituzionale e valutazioni a sconto, potrebbero far da volano alle linee azionarie
I Piani individuali di risparmio (PIR) sono usciti dal pantano grazie alla componente obbligazionaria e si preparano ad acquisire nuovo slancio sulla scia di un nuovo interesse per l’azionario. Ne sono convinti gli esperti di Equita, secondo cui nei prossimi mesi le mid-small cap italiane potrebbero fornire un’ulteriore accelerazione a questi strumenti nati per indirizzare il risparmio verso l’economia nazionale.
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Pir alla riscossa grazie ai comparti obbligazionari
Dopo tre anni di deflussi netti per 4,26 miliardi di euro, secondo Equita nel 2025 i PIR ordinari sono tornati in territorio positivo. La raccolta del primo semestre si è infatti attestata a 1,43 miliardi, per un totale di circa 1,9 miliardi da gennaio. Il merito, evidenzia Luigi de Bellis, responsabile Research Team della Sim, continua però ad essere quasi esclusivamente dei comparti a reddito fisso. Questi fondi da aprile a giugno hanno raccolto 625 milioni, per un totale da inizio anno di 1,6 miliardi (inclusi i Pir alternativi). Decisamente inferiore è rimasto invece l’appeal delle linee azionarie, nonostante la loro performance si confermi eccellente, con diversi prodotti che possono vantare rendimenti a tre cifre negli ultimi cinque anni. Il patrimonio gestito da tutti gli 87 fondi Pir ordinari ha così raggiunto i 20,8 miliardi ed Equita stima che supererà quota 21,5 miliardi entro fine anno. Gli oltre 25 fondi Pir alternativi hanno invece superato i 4 miliardi.
Mid-small cap italiane, tra spinta istituzionale…
Secondo l’analisi, nei prossimi mesi almeno tre fattori chiave spingeranno l’esposizione verso le mid-small cap italiane. A cominciare dal sostegno istituzionale e dal Fnsi. “Il Fondo Nazionale Strategico Indiretto, gestito da Cdp e istituito dal Met, rappresenta una partnership pubblico-privata per la creazione di fondi specializzati nelle pmi quotate, escludendo le società del Ftse Mib e i titoli finanziari”, spiega de Bellis. L’iniziativa, che punta a mobilitare risorse per almeno un miliardi di euro a partire dal 2026 (usando un moltiplicatore di 3x), si propone di rilanciare sia il mercato delle Ipo sia quello secondario delle piccole e medie imprese tricolori. La Consob, ricorda l’esperto, ha recentemente autorizzato il primo veicolo di investimento del Fnsi e circa una dozzina di fondi sono in attesa di approvazione, mentre Cdp e Mef hanno già esteso il periodo di sottoscrizione fino a giugno, offrendo così più tempo per raccogliere capitale.
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…e valutazioni a sconto
Secondo volano, assicura de Bellis, sarà lo scenario macro favorevole. “Un contesto economico più positivo, trainato dalla riduzione dei tassi d’interesse e da politiche fiscali espansive in Germania, dovrebbe favorire le mid-small cap, storicamente più sensibili a queste dinamiche rispetto ai titoli a maggiore capitalizzazione”, spiega. Infine, i prezzi. L’esperto rimarca infatti quanto le attuali valutazioni siano interessanti. “Le mid-small cap italiane trattano oggi a multipli attraenti: il rapporto prezzo utili 2025-26 è pari a 13,9-12,7 volte (o 14.6-13.2 volte escludendo i titoli bancari), con una crescita attesa degli utili per azione rispettivamente del +4% annuo nel 2025 e del 9,5% nel 2026 (+6%/+11% ex-banche)”, osserva. Aggiungendo che tali livelli rappresentano uno sconto di circa il 15% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Rispetto al mercato nazionale nel suo complesso, conclude quindi de Bellis, le mid-small cap presentano un premio del 17% in termini di p/e (12,7 volte contro 10,9 volte sul 2026), leggermente inferiore al premio storico degli ultimi cinque anni (circa 20%). Se confrontate con i peer europei, invece, trattano a sconto del 10-5% (p/e 2025-26E 13,9/12,7volte contro 15,4/13,4).
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