Sondaggio Moneyfarm: 7 su 10 vorrebbero andare a riposo prima, ma 4 su 5 non sono consapevoli della durata della vita post lavorativa. La pensione di scorta? Necessaria: tocca allo Stato intervenire
Uscita anticipata, assegni più pesanti e previdenza complementare obbligatoria. È questo ciò che desidera la maggioranza degli italiani quando si parla di pensioni, pur continuando a mostrare una scarsa conoscenza dell’argomento: la consapevolezza circa la durata della vita post lavorativa resta infatti minima, così come quella sul funzionamento e sulle regole dei fondi pensione. Il quadro emerge dall’ultimo sondaggio condotto da Moneyfarm, che conferma anche la forte tendenza dei nostri connazionali a rimandare le decisioni fondamentali per assicurarsi una vita tranquilla una volta a riposo.
Quanto all’età minima, l’orientamento dominante è per un’uscita anticipata rispetto ai criteri attuali: la maggior parte degli intervistati vorrebbe infatti poter andare in pensione tra i 61 (26%) e i 65 anni (32%), mentre solo una minoranza (12%) ritiene adeguato l’attuale requisito di vecchiaia dei 67 anni. Molto diffuso è anche il desiderio di flessibilità, con una parte consistente che vorrebbe poter modulare l’importo dell’assegno previdenziale in funzione delle proprie esigenze. Se infatti l 31% preferirebbe avere la libertà di lavorare più a lungo, per poi godere di una pensione più sostanziosa, il 27% accetterebbe meno soldi pur di ritirarsi prima.
…ma senza conoscere le conseguenze
Tale flessibilità, però, non è prevista dall’ordinamento e spesso si scontra proprio con la conoscenza limitata delle implicazioni sul piano economico. Sono molti, infatti, gli italiani che desiderano anticipare la data di pensionamento senza avere una reale percezione del numero di anni durante i quali l’assegno dovrà sostenerli: solo il 19% dei rispondenti indica in 21,2 anni l’attesa di vita media a 65 anni, mentre la maggior parte è convinta che la pensione duri meno, solo 17 (40%) o 19 (29%) anni.
Andrea Rocchetti, global head of investment advisory di Moneyfarm
“Nel sistema contributivo la flessibilità ha un prezzo: andare in pensione prima significa accettare un assegno più basso, perché lavorando meno anni si versano meno contributi”, sottolinea Andrea Rocchetti, global head of investment advisory di Moneyfarm. L’esperto fa poi notare anche come, con l’aumento della longevità, i contributi versati dovranno essere distribuiti su un arco temporale sempre più lungo, producendo un’ulteriore riduzione dell’importo. “È fondamentale che chi sogna un addio anticipato al proprio impiego sia consapevole di queste dinamiche, perché solo comprendendole si possono fare scelte davvero sostenibili”, avverte.
Lo stesso scollamento tra desiderata e sostenibilità caratterizza anche il tema dell’importo minimo. Quasi la metà dei rispondenti (47%) ritiene infatti che una pensione minima dignitosa debba partire da almeno 1000 euro netti al mese, mentre oltre un terzo indica come soglia adeguata i 1500 euro. Il dato rende quindi evidente come gli italiani non sempre tengano conto della logica alla base del sistema contributivo, secondo cui le pensioni erogate sono commisurate ai contributi effettivamente versati, senza che sia previsto un minimo garantito.
Sì alla previdenza complementare obbligatoria
Il sondaggio evidenzia poi la necessità di una modernizzazione del sistema previdenziale, che tenga conto dei grandi cambiamenti demografici e lavorativi. La maggioranza degli intervistati è infatti convinta che la previdenza complementare debba essere potenziata e resa obbligatoria, se non per chiunque (45,5%), almeno per i lavoratori dipendenti, tutti (10%) o soltanto i neoassunti (17%). Solo una minoranza (28%) manterrebbe la libertà di scelta, fatta eccezione per l’obbligo di adesione a un fondo pensione che già oggi riguarda quei lavoratori che, al momento dell’assunzione, non si esprimono sulla destinazione del Trattamento di fine rapporto.
Attualmente, chiarisce lo studio di Moneyfarm, soltanto il 24% del TFR generato in Italia negli ultimi 18 anni è stato conferito nella previdenza complementare, nonostante negli ultimi dieci anni e nove mesi i Piani individuali pensionistici (PIP) azionari abbiano reso esattamente il doppio, al netto dei costi, rispetto al TFR lasciato in azienda (4,8% vs 2,4%). E nonostante per quello versato nei fondi pensione sia previsto un regime fiscale agevolato, con un’aliquota compresa tra il 9% e il 15%, (contro il 23%-43%). Per stimolare il conferimento del Trattamento di fine rapporto alla previdenza integrativa, secondo la maggioranza del campione (45%)il legislatore dovrebbe garantire più flessibilità d’uso, con la possibilità per il lavoratore di richiedere il riscatto del 100% in caso di necessità. Un’altra strada, riservata ai lavoratori di aziende con oltre 50 dipendenti, potrebbe essere quella di consentire il trasferimento anche del TFR maturato in passato e oggi versato al Fondo di Tesoreria dell’Inps: una soluzione indicata dal 29%, che permetterebbe di rendere utilizzabile un patrimonio finora immobilizzato e di rafforzare in modo significativo l’accumulo previdenziale di molti.
Previdenza complementare: tocca allo Stato
Più in generale, per stimolare la partecipazione alla previdenza complementare, la maggior parte dei rispondenti ritiene che debba essere lo Stato ad adoperarsi maggiormente (43%). Circa uno su tre (30%) si mette invece in discussione in prima persona, riconoscendo nella tendenza a rimandare decisioni importanti la causa principale delle incertezze che si rischiano di incontrare negli anni della pensione. “La distanza tra le aspirazioni degli italiani e la realtà delle regole attuali è notevole, e questo solco rischia di ampliarsi se non si interviene sul fronte dell’informazione e della pianificazione”, mette in guardia Rocchetti, ricordando che pianificare la pensione vuol dire prepararsi a sostenere almeno vent’anni della propria vita con risorse adeguate. “Come confermato dal sondaggio, per migliorare la partecipazione alla previdenza complementare e rafforzare il futuro pensionistico dei lavoratori serve un impegno condiviso lungo tutta la filiera, dallo Stato alle aziende, dagli operatori del settore fino ai cittadini”, conclude.
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