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Crescono i dubbi degli addetti ai lavori sulla democratizzazione. Ma per l’Institute for Portfolio Alternatives, i pericoli dei fondi semi-liquidi per i retail sono esagerati. Con ELTIF in aumento e nuove regole in arrivo, il settore resta diviso. Intanto il mercato europeo continua a crescere
Il dibattito sulla democratizzazione dei mercati privati si è accesso. Dopo i moniti lanciati negli ultimi giorni da alcuni grandi gestori internazionali, che hanno evidenziato i rischi di una crescente esposizione dei risparmiatori ai fondi semi-liquidi, l’Institute for Portfolio Alternatives (IPA) è intervenuto per ridimensionare le preoccupazioni. Secondo l’associazione, che rappresenta oltre 600 gestori e distributori attivi negli investimenti alternativi, i timori sulla vulnerabilità dei retail negli asset illiquidi sono “esagerati”.
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Valutazioni opache e rischi di mis-selling tra le critiche
Nei mesi scorsi manager senior di gruppi come Neuberger Berman e Goldman Sachs avevano avvertito che l’afflusso di capitali retail verso gli alternativi stava spingendo alcuni operatori a investire troppo rapidamente, aumentando il rischio di acquisire asset di qualità inferiore. Altri osservatori avevano sottolineato la scarsa trasparenza delle valutazioni nei private markets e la limitata consapevolezza delle criticità di costruirvi un’esposizione tra gli investitori non professionali. L’allarme ricorrente è che un incidente nei fondi semi-liquidi possa minare la fiducia nell’intero settore del risparmio gestito, proprio mentre l’Europa sta lavorando a una maggiore canalizzazione del patrimonio privato verso private equity & CO.
IPA: “Rischi sì, ma generalizzazioni fuori scala”
Di fronte a queste posizioni, riporta la testata Ignites, IPA ha replicato con fermezza. “C’è sempre rischio in qualunque investimento”, ha spiegato la presidente e ceo Anya Coverman, “ma i dati mostrano che un’allocazione mirata ai private markets può migliorare la performance complessiva del portafoglio a seconda dell’appetito al rischio e del contesto di mercato”. Secondo la dirigente, la narrativa che descrive i retail come eccessivamente esposti sarebbe infatti fuorviante: “Quello che spesso si ignora è la minaccia opposta, cioè che gli investitori individuali siano fortemente sotto-allocati quando invece meritano un accesso e delle scelte analoghe a quelle di soggetti istituzionali e ultra-wealthy”. Il tema, sostiene l’associazione, non è quindi se aprire o meno il mercato ma come farlo. E la risposta è presto detta: attraverso informazione adeguata e una relazione strutturata con il consulente finanziario. “Con educazione ed engagement”, è la conclusione, “gli investitori possono determinare insieme al loro advisor quali allocazioni siano adatte ai loro obiettivi”.
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Europa: record di ELTIF e pressione regolamentare
Il dibattito arriva in un momento di forte espansione dei veicoli semi-liquidi. Nel 2025 gli ELTIF approvati dai regolatori europei hanno già toccato quota 72, superando i 69 registrati nell’intero 2024. L’obiettivo politico dell’Unione appare quindi chiaro: indirizzare più risparmio privato verso imprese non quotate e progetti di lungo termine, diversificando al contempo le fonti di finanziamento dell’economia continentale. Nella distribuzione, le allocazioni ai private markets da parte degli intermediari retail si attestano oggi intorno a una media del 9% ma mostrano una forte dispersione geografica: circa il 12% in Francia contro appena il 4% nel Regno Unito, segno che gli Stati membri e i relativi ecosistemi finanziari procedono ancora a velocità diverse.
Competenze e rischi operativi: i timori dell’industria
Nonostante questa spinta regolamentare, permangono le perplessità di alcuni leader del settore. Diversi player hanno infatti avvertito che l’ampliamento del perimetro retail rischia di attrarre nuovi operatori privi delle competenze necessarie a strutturare, gestire e distribuire prodotti complessi a clienti non professionali. Il veterano dell’industria Tim Warrington ha invece invitato a procedere “da una posizione di forza e non di debolezza”, ricordando le attuali difficoltà di disinvestimento in parte del private equity. “Il nostro timore è di autopreservazione”, ha detto, spiegando che “c’è una probabilità elevata che qualcosa vada storto e a pagarne lo scotto sarebbe l’intero settore”.
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Il punto di equilibrio
La spinta verso la democratizzazione dei private markets e la cautela degli operatori professionali si muovono oggi in tensione. Da una parte la domanda di rendimenti non correlati e di diversificazione alimenta il segmento, dall’altra la natura illiquida e la complessità dei processi di valutazione richiedono un presidio rigoroso soprattutto quando coinvolgono i risparmiatori. Il messaggio dell’IPA è che l’accesso non è di per sé il problema: lo diventano invece l’informazione insufficiente, la distribuzione non qualificata e la corsa ad allocare capitale senza adeguata due diligence. Per l’Europa, impegnata a costruire un mercato dei capitali più profondo, la sfida sarà conciliare apertura e protezione mantenendo la fiducia come primo asset.
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