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Secondo Scope Ratings, il boom dell’asset class alternativa entra in una fase critica: opacità, leva e segnali di deterioramento mettono alla prova un mercato da 2.000 miliardi. “Ecco come invertire la rotta”
Per il private credit è arrivato il momento della verità. Dopo anni di crescita sostenuta, il segmento rischia oggi di vedere messa in discussione la propria credibilità soprattutto in assenza di maggiore trasparenza e alla luce delle crepe che le recenti vicende di cronaca dagli USA hanno evidenziato. È questo il messaggio chiave dell’ultima analisi di Scope Ratings, nella quale l’agenzia ha evidenziato come le principali sfide all’orizzonte per un mercato ormai centrale nella finanza globale siano legate a valutazioni e gestione del rischio in un quadto macro complesso.
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Un pilastro da 2mila miliardi di dollari
Il punto di partenza dell’analisi di Scope consiste nella centralità assunta dal credito privato nel finanziamento dell’economia reale. Nato per colmare il vuoto lasciato dalle banche dopo la crisi finanziaria globale, questo segmento ha infatti saputo offrire agli investitori rendimenti più elevati e ai prenditori maggiore flessibilità insieme a rapidità nell’accesso ai capitali. Una caratteristica che gli ha permesso di raggiungere una dimensione nell’ordine dei 2.000 miliardi di dollari a livello globale, configurandolo come una componente strutturale della finanza a leva. Si tratta di una crescita che, secondo Scope, difficilmente si invertirà ma rende ancora più cruciale la capacità del sistema di mantenere la fiducia degli investitori anche nelle fasi di stress.
Opacità e valutazioni: il nodo della trasparenza
Il principale punto critico individuato dall’analisi riguarda la limitata trasparenza del settore. A differenza dei mercati pubblici, il private credit presenta infatti significativi gap informativi ma anche incertezze nelle valutazioni e strutture finanziarie complesse che rendono più difficile misurare il rischio. In questo contesto, è inevitabile che la formazione dei prezzi risulti meno efficiente. Ed è proprio quando dati scarsi si sommano processi non ottimali che gli operatori tendono a basarsi su narrazioni anziché evidenze, con il rischio di vedere pochi segnali negativi influenzare in modo sproporzionato l’intero universo di investimento. La trasparenza, per Scope, diventa quindi una vera e propria forma di liquidità soprattutto nelle fasi di tensione.
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Segnali di deterioramento del credito
Accanto ai limiti strutturali, emergono anche primi segnali di indebolimento della qualità creditizia. In particolare, è aumentato il ricorso a strumenti come il payment-in-kind (PIK) e altri strumenti che consentono ai debitori di pagare gli interessi in forma non cash. La quota di queste soluzioni è raddoppiata da inizio decennio per salire all’11%, calcolano gli analisti dell’agenzia di rating, ponendo l’attenzione su un’evoluzione che nel linguaggio di mercato che viene associata a situazioni di stress finanziario. Tanto è vero che in ambito pubblico, sottolinea il report, dinamiche simili sarebbero spesso interpretate come segnali di default o di deterioramento significativo delle classi di merito.
Leva e interconnessioni amplificano i rischi
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda la struttura del mercato, caratterizzata da livelli multipli di leva. Il rischio è che più strati di finanziamento facciano riferimento agli stessi asset sottostanti, evidenzia l’analisi, amplificando l’esposizione complessiva e rendendo più difficile individuare le vulnerabilità. Questo aspetto è particolarmente rilevante in un contesto in cui l’esposizione diretta non è più concentrata nelle banche ma in investitori istituzionali che vanno dalle assicurazioni ai fondi pensione fino agli asset manager, con potenziali effetti di trasmissione più diretti sull’economia reale di quanto non fossero quelli precedenti al crack del 2008.
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Rischio sistemico: diverso dal 2008, ma non assente
Proprio rispetto alla crisi di 20 anni fa, Scope invita però a evitare paragoni semplicistici e sottolinea come la struttura attuale del sistema finanziario sia “molto diversa”. Una precisazione d’obbligo, visti i tanti allarmi che stanno giungendo, ma che non implica comunque la totale assenza di rischi sistemici. Il pericolo maggiore è rappresentato da una possibile perdita di fiducia da parte degli investitori, si legge nel documento, che potrebbe tradursi in una compressione delle valutazioni e in un irrigidimento delle condizioni di credito. Un aggiustamento disordinato rischierebbe poi di colpire soprattutto gli emittenti più deboli, amplificando un eventuale rallentamento del ciclo economico.
La sfida: rendere visibile il rischio
In definitiva, il futuro del private credit dipenderà dalla sua capacità di evolvere verso standard più elevati di trasparenza. In un contesto di liquidità meno abbondante e maggiore scrutinio regolamentare, il tema non è tanto il livello delle perdite quanto la possibilità per gli investitori di identificarle e valutarle tempestivamente. Per Scope, la sfida appare dunque chiara: rendere la trasparenza un elemento strutturale del mercato. Solo così questa asset class potrà consolidare il proprio ruolo nei portafogli globali senza compromettere quella fiducia che ne ha sostenuto la crescita negli ultimi anni.
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