Ricerca Aifi-Gpbl: l’86% delle aziende partecipate migliora il proprio livello di internazionalizzazione. Europa meta preferita
Gli operatori di private equity preferiscono le imprese già caratterizzate da un’apertura internazionale. Il 75% delle società scelte, infatti, aveva già una presenza all’estero prima dell’arrivo del fondo. Attività che nel 95% dei casi è ulteriormente aumentata durante l’holding period. Tra le aziende ferme nel territorio nazionale al momento dell’investimento, inoltre, ben il 59% ha poi avviato nuovi processi di espansione fuori confine. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Aifi, in collaborazione con Gatti PavesiBianchi Ludovici, che conferma come il private equity sia, tra le atre cose, un vero motore di internazionalizzazione per le pmi tricolori.
L’86% delle imprese ha accresciuto la sua internazionalizzazione
L’indagine, intitolata ‘Internazionalizzarsi per crescere: il ruolo del private equity a supporto delle imprese italiane’, ha analizzato un campione di 128 società oggetto di investimento nel periodo 2020-2025 da parte di 40 operatori, di cui il 60% domestici e il 40% internazionali. Di queste il 68% sono PMI, mentre i settori di attività coinvolti sono: beni e servizi industriali (35%), manifatturiero (22%), ICT (11%), medical e biotecnologie (9%) e chimica-materiali (7%). Gli investimenti si distribuiscono negli anni con 18 operazioni nel 2020, 28 nel 2021, 25 nel 2022, 27 nel 2023, 28 nel 2024 e 4 nel 2025. Quello che risulta più evidente è che questi fondi hanno avuto un impatto positivo sui percorsi di internazionalizzazione nell’86% dei casi. Per quanto riguarda le tempistiche di intervento, il 67% delle volte si registra già nel primo anno dopo l’investimento, nel 30% nel secondo e terzo, e solamente nel 3% negli ultimi anni. Il fatturato estero è passato dal 48% all’entry al 53% all’exit o all’ultimo anno disponibile se la società è ancora in portafoglio (valori mediani). Nel 69% dei casi la quota di fatturato estero sul totale è aumentata.
Europa meta preferita
L’area geografica maggiormente scelta per l’espansione è l’Europa, dove sono stati realizzati 153 interventi. Seguono Nord America (45) e Asia (33), ma emerge una grande diversificazione territoriale con processi di internazionalizzazione in tutti i continenti. Le principali motivazioni che portano all’ ingresso nei mercati esteri sono le interessanti prospettive di crescita (indicato nell’86% dei casi), buoni risultati di vendita in precedenza (49%), combinazione prodotto/tecnologia innovativa (44%) e buone relazioni con fornitori locali (23%). L’impatto dei dazi verso gli Stati Uniti è ritenuto lieve o nullo per il 64% e molto elevato per il 7%.
Le modalità di ingresso più diffuse sono la ricerca e contrattualizzazione di agenti o distributori (56%), la ricerca e il contatto con i potenziali nuovi clienti (54%), l’acquisizione di aziende sul territorio (49%), l’apertura di sedi estere (38%), le partnership industriali per condividere le fasi di produzione o di vendita (26%) e il posizionamento tramite campagne marketing (16%). Altra evidenza interessante è che gli operatori di private equity supportano attivamente i processi di internazionalizzazione nel 64% dei casi e parzialmente nel 28%. Il supporto comprende l’identificazione di nuove opportunità di mercato (64%), l’impiego di risorse manageriali o advisor con esperienza nei mercati di riferimento (61%), il supporto diretto nella due diligence estera (45%) e la messa a disposizione di contatti strategici internazionali (43%).
Aumentano le acquisizione oltreconfine
Tra le società che hanno potenziato la propria presenza internazionale durante l’holding period, il 38% ha effettuato almeno un’acquisizione fuori dall’Italia. Le 112 aziende monitorate hanno realizzato complessivamente un totale di 75 acquisizioni, di cui l’84% su competitor. Nel 59% dei casi si è trattato di un solo target, due nel 24% e tre o più nel 17%. I principali Paesi dove ciò è avvenuto sono Stati Uniti e Spagna (12), seguiti da Francia, Germania e Paesi Bassi (6). I target sono stati identificati tramite indicazione della società nel 40% dei casi, attraverso consulenti M&A nel 22%, attraverso conoscenza diretta dell’operatore nel 19% o grazie a una combinazione dei canali nel 19%. Le risorse per finanziare le acquisizioni provengono dai capitali già a disposizione delle società nel 43% dei casi, da aumenti di capitale sottoscritti dal fondo nel 33%, da acquisizioni dirette da parte del fondo nel 9% o da una combinazione di queste nel 5%. Le criticità post-integrazione più frequenti, infine, riguardano l’organizzazione e la gestione del personale (29%), la realizzazione di sinergie (20%), l’integrazione culturale (16%), l’adattamento del top management (14%), l’integrazione tecnologica (13%), il rischio di distogliere l’attenzione dal core business (12%) e la reazione dei clienti (2%).
“L’internazionalizzazione è un motore fondamentale della crescita delle imprese italiane, e il private equity svolge un ruolo determinante nel facilitarne l’accesso ai mercati globali”, sottolinea il presidente Aifi, Innocenzo Cipolletta. “I dati mostrano chiaramente come l’intervento dei fondi non sia solo finanziario ma strategico, grazie al supporto manageriale, alla capacità di individuare opportunità e alla costruzione di connessioni internazionali”, conclude.
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