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Il capitale paziente accelera l’espansione estera e rafforza la crescita delle imprese italiane. Lo evidenzia l’ultimo report sull’internazionalizzazione del settore AIFI e dello studio legale Gatti Pavesi Bianchi Ludovici
L’internazionalizzazione delle PMI italiane trova nel private equity un acceleratore sempre più rilevante. È quanto emerge dall’ultimo report sull’internazionalizzazione del settore di AIFI e dello studio legale Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, che analizza l’impatto degli investitori finanziari sull’espansione internazionale delle aziende partecipate. L’indagine prende in esame 40 operatori e 128 società, per il 68% PMI con fatturato inferiore a 50 milioni di euro, offrendo una fotografia concreta di come il capitale privato contribuisca alla crescita oltreconfine del tessuto industriale italiano.
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L’ingresso del fondo come punto di svolta
Uno dei dati più significativi riguarda l’evoluzione della presenza internazionale delle imprese dopo l’ingresso del private equity. Prima dell’investimento, solo il 25% delle aziende era attivo all’estero; durante l’holding period la quota sale all’86%. Tra le società già internazionalizzate, nel 95% dei casi il fondo ha contribuito a rafforzare ulteriormente la presenza internazionale, mentre tra quelle inizialmente domestiche il 59% ha avviato nuovi percorsi di espansione. L’effetto si riflette anche sui risultati economici: nel 69% dei casi aumenta la quota di fatturato estero sul totale, con una crescita che tende a manifestarsi soprattutto nei primi tre anni dall’investimento.
Non solo capitale: competenze e network
Il report evidenzia come il contributo del private equity vada oltre l’apporto finanziario. Nel processo di internazionalizzazione, il 64% degli operatori fornisce un supporto attivo alle aziende partecipate, mentre il 28% offre un supporto parziale e solo l’8% lascia la gestione interamente alla società target. Le forme di supporto più frequenti riguardano l’identificazione di nuove opportunità di mercato, l’introduzione di risorse manageriali o advisor con esperienza internazionale, il supporto diretto nelle attività di due diligence all’estero e l’accesso a contatti strategici globali. In questo senso, il fondo agisce come una vera e propria piattaforma di competenze e relazioni, contribuendo a ridurre il rischio tipicamente associato all’espansione internazionale delle PMI.
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Europa primo mercato, ma cresce la diversificazione geografica
L’Europa resta la principale destinazione dell’espansione internazionale, con 153 interventi, seguita da Nord America (45) e Asia (33). Più contenuta ma comunque presente l’attività in Medio Oriente, Africa e America Latina. Le modalità di ingresso privilegiate risultano soprattutto operative e commerciali. Le imprese puntano in primo luogo sulla ricerca e contrattualizzazione di agenti o distributori e sul contatto con nuovi clienti, affiancando a queste strategie partnership industriali per condividere fasi di produzione o vendita. In molti casi vengono inoltre realizzate acquisizioni locali, mentre l’apertura di sedi estere rappresenta una soluzione meno frequente ma comunque significativa.
Le acquisizioni come leva strategica
Tra le aziende che hanno rafforzato la presenza internazionale, il 38% ha realizzato almeno un’acquisizione all’estero, per un totale di 75 operazioni monitorate. L’84% delle acquisizioni riguarda competitor diretti, segno di una strategia orientata al consolidamento industriale più che alla diversificazione. Le operazioni vengono finanziate principalmente attraverso capitali già disponibili all’interno della società oppure tramite aumenti di capitale sottoscritti dal fondo, spesso con un utilizzo combinato di più strumenti finanziari.
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Le criticità dell’integrazione
L’espansione internazionale non è priva di ostacoli. Le principali criticità post-acquisizione riguardano soprattutto aspetti organizzativi, in particolare la gestione aziendale e del personale e la realizzazione delle sinergie operative. Emergono inoltre difficoltà legate all’integrazione tecnologica, all’adattamento del top management e, in misura minore, alle differenze culturali tra le organizzazioni coinvolte.
Innovazione e crescita tra le principali motivazioni
Secondo gli operatori, l’ingresso nei mercati esteri è guidato principalmente dalle prospettive di crescita offerte dai nuovi mercati, dai buoni risultati commerciali già conseguiti dalle aziende e dalla presenza di combinazioni prodotto-tecnologia innovative. Un ruolo ulteriore è svolto dalle relazioni consolidate con fornitori locali. L’impatto dei dazi statunitensi viene invece considerato limitato o nullo dalla maggioranza degli intervistati.ù
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Private equity come abilitatore di scala
Nel complesso, il report evidenzia un cambio di paradigma: il private equity non si limita a finanziare la crescita, ma diventa un abilitatore strategico di scala internazionale per le PMI italiane. L’internazionalizzazione emerge così non come fase successiva allo sviluppo aziendale, ma come parte integrante del progetto industriale costruito durante l’investimento. Un modello che combina capitale, competenze e governance e che, secondo l’evidenza empirica dell’indagine, rappresenta uno dei principali driver di crescita per le imprese italiane nei mercati globali.
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