Private equity, gli investitori preferiscono le aziende con un’apertura internazionale
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L’industria dei mercati privati sta vivendo una fase di trasformazione profonda. Dopo anni lontano dai radar, l’asset class ha infatti intrapreso un percorso di democratizzazione che la sta portando a trasformarsi progressivamente da nicchia per specialisti a oggetto di attenzione
anche per i risparmiatori comuni. Una traiettoria che però non sarà
esente da rischi, come conferma una delle società più attente a monitorare
questo universo di investimento: Morningstar. FocusRisparmio ha
raggiunto Laura Lutton e Francesco Paganelli, rispettivamente director of Global Research e manager Research EMEA del gruppo, per capire quale sia lo stato dell’arte e cosa aspettarsi nell’immediato futuro.
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Lutton. Il tasso di penetrazione degli alternativi nei portafogli degli investitori globali è stato significativo negli ultimi anni e ci aspettiamo
un’ulteriore crescita in futuro sulla scia di tendenze sia normative sia di mercato. Per fornire un esempio concreto, la divisione di Morningstar chiamata Pitchbook e dedicata al settore stima che questo universo possa raggiungere un valore globale di quasi 20mila miliardi di dollari entro il 2028, con uno scenario positivo che arriva a circa 24mila miliardi e uno negativo che si ferma a 16mila miliardi. La traiettoria non sarà però così lineare come l’hanno descritta alcuni osservatori del settore: se è infatti vero che la spinta della clientela retail si sta facendo sempre più rilevante, man mano che questi strumenti vengono resi disponibili a un pubblico più ampio, non si può negare che tra gli operatori istituzionali la crescita stia iniziando a rallentare.
Paganelli. C’è un cambio di passo deciso, che è imputabile soprattutto al lancio degli ELTIF 2.0. Grazie a questo benchmark normativo lo sviluppo di nuovi prodotti sta procedendo a pieno ritmo, con il debutto di 38 fondi nei primi sei mesi e le masse che hanno raggiunto i 20 miliardi di euro. Tutto ruota attorno alla possibilità per i gestori di creare le cosiddette strutture ‘evergreen’, rendendo disponibili prodotti semi-liquidi a un pubblico più ampio. Inoltre, dai nostri confronti con società di gestione e investitori, emergeva spesso un problema: sotto il regime 1.0 c’era eccessiva ambiguità. In altre parole, si volevano risolvere troppi problemi insieme: dall’integrazione dei mercati dei capitali al finanziamento di progetti infrastrutturali e investimenti nell’economia reale fino all’accesso degli investitori retail a un universo più ampio di asset. Ora c’è un focus
maggiore sulla ‘collocabilità’ del prodotto, circostanza che aiuta gli operatori del settore. Lo dimostrano anche i dati: negli ultimi 18 mesi abbiamo visto una crescita molto forte e un ampliamento delle opzioni disponibili.
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Lutton. Il punto di partenza è che si tratta di un…

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