Per il ceo di Flexstone Partners, affiliata della casa di gestione francese con focus sugli alternativi, il 2026 sarà l’anno del riequilibrio per il settore: cash flow positivi, crescita dei secondari e più attenzione ai costi nella democratizzazione dell’asset class
Eric Deram, managing partner di Flexstone Partners (Natixis IM)
Il 2024 ha visto un rallentamento generale degli investimenti alternativi in scia all’aumento dei tassi di interesse e all’incertezza sia economica sia geopolitica, due fattori che hanno reso più difficile l’attività di deal making e il fundraising. Ora però il settore sembra pronto a ripartire, con il private equity che promette di riequilibrarsi e il private credit in rampa di lancio. Nel citare le analisi presentate sul palco dell’Alfi Private Markets Event, la due-giorni sugli asset non quotati organizzata dall’associazione dei fondi lussemburghese proprio nel Gran Ducato, Eric Deram non ha dubbi. Il ceo di Flexstone Partners, boutique di Natixis IM specializzata in questo universo, conosce infatti bene il settore ed è convinto che i tempi siano maturi per tornare a vedere cash flows positivi e crescita dei canali secondari. Una tendenza destinata ad accelerare anche il processo di democratizzazione, nel quale però diventeranno sempre più determinanti i costi.
Quali prospettive vede per i mercati privati nel 2026, in Europa e a livello globale?
Ogni anno ricevo la stessa domanda e puntualmente mi trovo a rispondere nello stesso modo: le prospettive sono buone. La vera novità è che, questa volta, ci sono importanti dati a supporto: come mostrato da CAIA all’Alfi priva markets event 2025, i flussi di cassa netti degli investitori in private equity sono tornati positivi nella prima metà del 2025 dopo cinque anni di segno negativo. Dal 2022 in poi, infatti, c’erano stati tanti investimenti ma pochissime distribuzioni. Ora la tendenza si è invertita: non solo vediamo ottime opportunità di investimento, ma anche numerose exit con multipli solidi e buoni rendimenti per i nostri clienti.
Quali tendenze intravede all’orizzonte?
Mi aspetto che il 2026 sia l’anno dell’equilibrio tra capital call e distribuzioni. Un’altra tendenza molto forte riguarda il mercato secondario, che supererà i 200 miliardi di dollari di volume quest’anno e continuerà a crescere a doppia cifra. È una strategia efficiente, con un buon profilo rischio-rendimento. Infine, assisteremo a un ulteriore consolidamento: il caso recente di Sagard che ha acquisito Unigestion è solo un esempio. Tuttavia, non credo che il settore si ridurrà a pochi grandi operatori: il private equity vive anche nel segmento small e mid-market, dove la specializzazione e la flessibilità richieste per operare in maniera efficace non possono essere replicata dai grandi fondi.
E per quanto riguarda la democratizzazione? Quali sono, secondo lei, le principali sfide da affrontare?
La prima è la più evidente: si tratta di un’asset class illiquida per natura, quindi introdurre liquidità non è semplice. Si può fare, ma con cautela. Servono portafogli ben diversificati per generare flussi naturali e buffer di liquidità. E anche sul lato passivo occorre diversificare la base di investitori: se hai solo retail e scatta il panico, tutti corrono all’uscita insieme. Poi ci sono i costi. I prodotti retail spesso sono più cari degli istituzionali, e in parte è comprensibile, ma bisogna evitare derive. Il private equity ha già strutture onerose, in media il 2% di management fee e il 20% di performance fee: non possiamo aggiungere ulteriori livelli di commissioni fino ad arrivare al 5%. Si rischia di erodere i rendimenti. Infine, l’expertise. Molti gestori di prodotti tradizionali stanno improvvisando la loro presenza negli alternativi solo perché è di moda ma questo è un mestiere che richiede esperienza, accesso e capacità di selezione. Non basta la fama o la scala per farlo bene.
Quindi è favorevole all’apertura dei private asset agli investitori retail?
Assolutamente sì, purché sia fatta con le giuste tutele. Più dell’80% delle aziende nel mondo è privata e nel segmento small e mid-market questa percentuale arriva al 95%. Eppure, solo i grandi investitori istituzionali o i miliardari hanno oggi accesso a queste opportunità. Per me è quasi un dovere etico ampliare l’accesso. Con modelli sostenibili, regolamentazione adeguata e gestione responsabile della liquidità, i private markets possono offrire rendimenti stabili e diversificati a un pubblico molto più ampio.
E guardando al futuro, quali aree o settori vede più promettenti per Flexstone Partners?
Non abbiamo una view settoriale rigida: preferiamo portafogli diversificati, con focus su settori a bassa intensità di capitale e poco sensibili al prezzo: dalle materie prime alla sanità fino ai servizi finanziari e ai business services, cioè settori a bassa intensità di capitale e poco sensibili al prezzo delle materie prime. Geograficamente, vedo più ottimismo sull’Asia. Molti investitori stanno riducendo l’esposizione agli Stati Uniti e rivalutando la Cina, dopo anni di cautela. Credo che nel 2026 vedremo flussi crescenti verso, segnale di un mercato sempre più globale.
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