Il declassamento del rating fa tornare nel mirino Treasury, dollaro e azioni a stelle e strisce. Ma, per gli analisti, si tratta di un evento marginale: l’osservato speciale è il bilancio
Sui mercati è di nuovo ‘sell America’. Dopo che venerdì scorso l’agenzia di rating Moody’s ha tolto la ‘tripla A’ agli Stati Uniti puntando il dito sul crescente deficit di bilancio, tanto i Treasury quanto il dollaro e le azioni a stelle e strisce sono tornati nel mirino degli investitori. Il downgrade rischia infatti di alimentare i timori sull’obbligazionario USA, proprio mentre il Congresso sta discutendo di ulteriori tagli fiscali non finanziati e l’economia appare minacciata dalla guerra commerciale del presidente Donald Trump. Una reazione che i gestori giudicano momentanea, poichè il declassamento non è stato certo una sorpresa, ma comunque non priva di insidie: a partire dai rischi di rialzo per i rendimenti dei T-bond, con effetti a catena su Wall Street e sullo stesso biglietto verde. Ecco perchè l’osservato speciale dei mercati al momento resta il bilancio.
Moody’s ha tagliato il rating degli Stati Uniti da AAA ad AA1, dopo che Fitch e Standard and Poor’s avevano fatto lo stesso rispettivamente nel 2023 e nel 2011. Quattro le principali motivazioni dell’agenzia. La prima è l’aumento del debito federale, che potrebbe toccare il 134% del pil entro il 2035. Segue l’incremento degli interessi sul debito, che si prevede possano assorbire il 30% delle entrate governative entro il 2035. A pesare ci sono poi anche i deficit fiscali persistenti, che l’agenzia stima possano passare dal 6,4% del pil del 2024 a un potenziale 9% entro il 2035. Preoccupa infine la paralisi politica, poichè viene sottolineato come le amministrazioni e i Congressi che si sono succeduti non siano riusciti ad attuare misure efficaci per invertire tali tendenze.
Un non evento, ma non privo di rischi
Secondo Benoit Anne, senior managing director strategy and insights group di MFS IM, il downgrade probabilmente rafforzerà il tema di mercato in corso sul premio di rischio degli Stati Uniti. “Per essere chiari, l’azione di Moody’s non ci ha detto nulla che gli investitori globali non sapessero già. Inoltre, la mossa è tecnicamente un recupero tardivo rispetto ai suoi omologhi”, precisa l’esperto. A suo parere, però, nel breve termine è possibile che questo nuovo giudizio eroda ulteriormente l’appetito degli investitori globali verso gli asset statunitensi, anche se in misura marginale. “Dall’inizio dell’anno abbiamo già osservato un importante allontanamento globale dagli USA verso l’Europa e altri mercati, un tema che rimane rilevante per il resto del 2025”, osserva.
Anne non prevede che i rendimenti dei titoli del Tesoro americano diminuiranno, riflettendo una fuga verso la qualità. E ciò è dovuto al fatto che il mercato dei Treasury non è stato in grado di offrire la stessa capacità difensiva di un tempo di fronte a uno shock da avversione al rischio. “Alla luce di ciò, riteniamo che la riduzione del rating possa accentuare i rischi di rialzo dei rendimenti degli UST, anche se non crediamo che l’azione di rating di Moody’s si rivelerà un evento di grande portata per il mercato”, afferma. Diverso, invece il discorso sul fronte valutario, con il dollaro che ha già subito una notevole pressione. “Prevediamo che i rischi di ribasso continueranno a prevalere nel prossimo periodo. Inoltre, se i rendimenti degli UST dovessero attestarsi su livelli più elevati, ciò potrebbe rappresentare un rischio per la valutazione del mercato azionario, ma riteniamo che siamo ancora lontani dalla potenziale soglia limite”, avverte l’esperto di MFS IM.
Il problema del dollaro
Per Massimo De Palma, head of multi asset team di GAM (Italia) sgr, il refrain di un biglietto verde debole resta la narrativa dominante. Tuttavia, se da un lato i dati macro meno forti hanno sostenuto il Treasury, a suo parere un ulteriore allargamento del deficit potrebbe riaccendere pressioni sulla parte lunga della curva. “In questo contesto, una svalutazione marcata del dollaro rischierebbe di disincentivare gli investitori esteri proprio quando il Tesoro ha maggiore bisogno del loro supporto”, spiega. Aggiungendo che non a caso Moody’s ha declassato gli Stati Uniti. “Il fatto che il Dollari Index non abbia violato i minimi settimanali indica però una certa cautela da parte del mercato”, precisa.
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, fa comunque notare come l’agenzia di rating abbia assegnato un outlook stabile agli Stati Uniti, citando come punti di forza la dimensione e la resilienza dell’economia, il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale e l’indipendenza della Federal Reserve. Per l’esperto, però, questi tre elementi sono stati messi a dura prova nei primi mesi dell’amministrazione Trump (in particolare la forza del biglietto verde e l’indipendenza della Fed). “Le decisioni di Moody’s dovrebbero convincere l’esecutivo dell’urgenza di riforme fiscali sostanziali per affrontare la crescita del debito e dei deficit: senza cambiamenti significativi nella politica fiscale, gli USA potrebbero subire ulteriori pressioni sul proprio rating creditizio in futuro”, rimarca quindi Diodovich. Sottolineando come tuttavia l’agenda Trump non preveda tali azioni di risanamento del bilancio.
Bilancio osservato speciale
Che il vero dramma sia quello che sta accadendo con il bilancio lo sostiene anche Russel Matthews, senior portfolio manager global macro di Rbc BlueBay. “Ci troviamo in un momento critico con l’avanzamento al Congresso del piano decennale per il bilancio. L’evoluzione della situazione nei prossimi due mesi sarà molto più cruciale per i mercati”, sostiene. Sottolineando che in questo momento i politici statunitensi sembrano però avere una volontà o una capacità limitata di presentare una tabella di marcia per una seria riduzione del deficit fiscale. L’esperto non vede infatti alcuna contrazione nel prossimo futuro, mentre paventa il rischio di un innalzamento dall’attuale livello di circa il 6,5% del pil. E ciò potrebbe comportare un aumento costante del rapporto tra debito complessivo e pil, e dei costi degli interessi rispetto alle altre spese. “Se questa dinamica non verrà controllata, sarà inevitabile che gli Stati Uniti vivranno una sorta di momento Liz Truss, con un picco della volatilità dei tassi e un aumento sostanziale dei rendimenti, in particolare nella parte lunga della curva”, mette in guardia. Secondo Matthews è estremamente difficile prevedere quando raggiungeremo questo punto di svolta ma, nel breve termine, non vede “molto valore nell’assumere rischi attivi sulla curva statunitense”
Sulla stessa lunghezza d’onda gli analisti di Ebury. A loro parere, nonostante le vendite al dettaglio di aprile leggermente deludenti, rimane intatto il quadro generale di un’economia sorprendentemente resiliente all’impatto dei dazi . “Lo testimoniano le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, che si mantengono su livelli minimi storici segnalando una stabilità occupazionale e un’economia vicina alla piena occupazione”, chiariscono. C’è però un problema, secondo gli esperti: “L’imponente deficit fiscale statunitense, senza precedenti in una fase di piena occupazione e destinato ad aumentare con i previsti tagli fiscali repubblicani, potrebbe diventare un punto focale per i mercati”, avvertono. Evidenziando come la necessità per il governo USA di trovare acquirenti per un’enorme ondata di nuove emissioni di debito coincida con un calo dell’appetito globale per tali asset: “Una dinamica che il declassamento di Moody’s potrebbe portare in primo piano”, concludono.
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