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Il ceo della società punta ad accelerare sul fronte internazionale e guarda alle linee esterne come motore di espansione del business. Ma attenzione anche agli Eltif e al ruolo della consulenza olistica, soprattutto in Italia. E sul risiko la view è positiva: “Fucina di opportunità”
Da boutique dell’investment banking a gruppo bancario integrato. Quello del Gruppo Banca Finint è un percorso fuori dagli schemi per il panorama finanziario italiano, ma che ha permesso alla società di raggiungere l’ambizioso traguardo di 12,4 miliardi di euro di asset in gestione. Tra coloro che guidano questa transizione c’è Mauro Sbroggiò, ceo di Finint Investments, l’SGR del gruppo, che ora punta al mercato internazionale e a spingere ulteriormente sulla democratizzazione dei mercati privati. FocusRisparmio lo ha raggiunto per fare il punto su obiettivi di crescita e prospettive di un modello che scommette sull’evoluzione della consulenza, sugli ELTIF e sull’uso strategico della tecnologia.

Il vostro è un percorso non convenzionale. Quali obiettivi avete raggiunto, dove volete arrivare e cosa rimane delle vostre origini di banca d’affari?
Con Finint Investments siamo partiti vent’anni fa e nei precedenti venticinque anni ci eravamo già affermati in un segmento molto tecnico come quelle delle cartolarizzazioni. Nel tempo, abbiamo contribuito a costruire quello che è oggi il mercato italiano delle asset class alternative. Un’impresa non certo facile se si considera che all’epoca tutto giocava a sfavore di questo mondo, dalla mancanza quasi totale di canali distributivi adeguati alla carenza di asset liability management fino a un contesto che rendeva i titoli di Stato attrattivi anche dalla prospettiva degli investitori istituzionali grazie a tassi d’interesse ben più alti di oggi. Come gruppo, il passaggio all’universo private è arrivato in seguito, con l’acquisizione della vecchia Banca Consulia, che ci ha permesso di mettere alla prova la nostra missione su un campo di gioco mai sperimentato prima: gli investitori retail. Uno tra i più importanti obiettivi che perseguiamo oggi è quindi quello di rendere accessibili gli strumenti dedicati ai mercati privati anche ai portafogli del pubblico meno esperto, facendo comprendere che la liquidità non equivale a minor rischio mentre l’illiquidità può offrire rendimenti migliori sul lungo periodo.
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Come fare a vincere questa nuova sfida?
Puntiamo su strumenti fruibili come gli Ucits, dove possibile, e soprattutto sugli ELTIF. Fondamentale è anche la costante interlocuzione con la rete di consulenti finanziari, fattore sul quale stiamo investendo da anni nella convinzione che sia necessario guidare i clienti alla comprensione di soluzioni più sofisticate per evitare che una quota consistente di risparmi privati resti relegata nei conti correnti anziché andare a supportare l’economia reale. Si tratta di orientamenti che saranno sostenuti nei prossimi anni da scelte strategiche mirate a rafforzare e integrare ulteriormente le nostre capacità gestorie in alcune asset class come ad esempio il venture capital, per fornire ancora più supporto al mondo delle piccole e medie imprese: abbiamo già lanciato un primo fondo e ne abbiamo altri in pipeline. Stesso discorso per il private banking: oggi questo segmento rappresenta circa il 5% delle masse di Finint ma puntiamo a raddoppiarne l’incidenza a breve.
E sul lungo termine come si pone Finint Investments?
Le direttrici per la crescita prospettica saranno di carattere più trasversale: ulteriore rafforzamento sulla parte liquida del business e internazionalizzazione, con la possibilità di ingresso in altri mercati europei. Guardiamo con attenzione a opportunità di espansione in Francia, Spagna, Regno Unito e Svizzera. In Lussemburgo abbiamo invece una piattaforma per l’istituzione di fondi alternativi e in Irlanda una Ucits, ragion per cui contiamo di potenziare anche la nostra capacità di raccolta e investimento cross-border. Quanto alle modalità, la crescita per linee esterne non ci ha mai spaventato e rimane un’opzione sul tavolo anche ora. Più di una possibilità, in realtà: siamo infatti alla finestra in attesa di opportunità d’aggregazione che possano risultare adeguate alla nostra struttura in termini di sinergie, anche se a differenza di altri i nostri quasi 6 miliardi di euro di masse sono stati costruiti quasi interamente giorno per giorno grazie alla fiducia dei nostri investitori.
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Il tasso di penetrazione degli alternativi tra i clienti private, in particolare tra quelli italiani, resta però ancora basso. Come mai e cosa state facendo per colmare questo gap?
In Italia è ancora radicata la convinzione che i risparmi servano tutti nel breve periodo. In realtà esiste una parte del patrimonio, sia esso famiglia o impresa, che può e dovrebbe con una pianificazione intelligente essere dedicata a investimenti di lungo termine. Per farlo, serve un’azione sistemica su consulenti e clienti, oltre a un lavoro di apertura del mondo imprenditoriale al grande pubblico: bisogna imparare a tradurre bilanci e business plan in progetti credibili da divulgare a tutti gli stakeholders, non solo agli addetti ai lavori, e creare un maggiore coinvolgimento nelle vicende delle aziende. Un ruolo importante lo gioca poi anche la normativa: il sistema delle finestre di liquidità per i fondi chiusi, ad esempio, va sviluppato ulteriormente per facilitare l’accesso a questi strumenti e la permanenza nell’investimento. Più in generale, anche guardando un grande passo in avanti legislativo come è stata l’introduzione del regime ELTIF 2.0, occorre mettere in conto che la democratizzazione dei private asset nei portafogli è un processo per sua natura lento: si tratta di una trasformazione culturale da portare avanti con costanza e determinazione.
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Anche il legislatore e le autorità devono quindi fare la loro parte?
Non spetta a me dire cosa devono fare. Certo i canali sono aperti. Con la Consob il dialogo è costante e proficuo. È giusto che l’autorità di regolamentazione del mercato sia attenta ad assicurare che il risparmiatore sia adeguatamente informato e in grado di capire la rischiosità di suoi investimenti. Quando si portano nuovi prodotti sul retail è normale che ci sia una vigilanza più intensa ma sono fiducioso che il processo complessivo porterà a una maggiore acculturazione del sistema.
Un altro tema che va considerato è la particolarità dello scenario in cui si ritrovano a operare gli investitori. Instabilità politica, guerre e un quadro macro instabile hanno infatti portato una ventata di volatilità inedita. Cosa chiedono oggi i vostri clienti?
I nostri portafogli illiquidi non soffrono particolarmente perché non sono esposti alle fluttuazioni giornaliere dei mercati, mentre sulla componente pubblica l’impatto si è visto anche se è stato tutto sommato limitato. È vero che in primavera alcuni investitori hanno adottato un atteggiamento più attendista, aumentando la componente cash a scapito di quella azionaria come risposta alla crisi del dollaro, ma abbiamo contestualmente osservato un ritorno di interesse su altri segmenti: dai titoli con buon dividend yield ai mercati emergenti. Se dovessi esprimere una valutazione sull’andamento del semestre appena passato, propenderei quindi per il bicchiere mezzo pieno più che per quello mezzo vuoto: gli stessi investitori istituzionali stanno guardando ai private asset con maggiore attenzione proprio perché non soggetti al mark-to-market.
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Come deve evolvere oggi la consulenza finanziaria per fronteggiare questo scenario?
Ci aspettiamo un servizio sempre più articolato e olistico da parte dei banker. La concentrazione nel settore, se gestita con architetture aperte, favorisce la nascita di player più forti e competenti. Ma attenzione: il consulente deve continuare a offrire soluzioni mixate, tra quelle proprie e di terzi, in modo da rispondere efficacemente alle reali esigenze delle persone. E poi c’è la sfida della tecnologia, che apre a una serie di opportunità indite: democratizzare segmenti finora inaccessibili a soggetti non istituzionali, valorizzare le competenze interne, coinvolgere le nuove generazioni sul fronte sia della clientela sia delle organizzazioni.
Ha parlato di concentrazione: come inquadrata l’attuale stagione di risiko bancario in corso nel nostro Paese?
Ci sono tante ragioni per considerarlo un fenomeno positivo: permette infatti di realizzare economia di scala, favorisce la centralizzazione delle competenze, aiuta a formare meglio i consulenti e a strutturare in maniera più articolata l’offerta di tutta l’industria. Senza contare che rappresenta l’unica via per la nascita di player più forti e strutturati che permettano al sistema Italia di essere competitivo su scala internazionale sia nell’asset management che nel private banking. Occorre però che sia condotto nella direzione di mantenere le strutture ad architettura aperta, evitando cioè che le reti nate da eventuali integrazioni a valle delle case di gestione puntino solo sul collocamento dei propri prodotti.
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Come state integrando le nuove tecnologie?
Abbiamo appena iniziato un percorso che sarà complesso. Nel liquido vogliamo avviare modelli predittivi, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale per migliorare l’analisi e perfezionare la personalizzazione dell’offerta. Ma anche sul fronte degli illiquidi stiamo innovando, ad esempio con l’utilizzo di strumenti come i copilot per agevolare la due diligence e il monitoraggio degli attivi. In generale, credo che la tecnologia rappresenti una forza destinata a trasformare l’industria in meglio ma va integrata nelle attività quotidiane con la consapevolezza che l’esperienza umana e l’intelligenza emotiva restano elementi imprescindibili.
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