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Perché l’approccio odierno deve essere diverso
Per decenni la diversificazione si è basata principalmente su azioni e obbligazioni, investimenti che potremmo definire “tradizionali”. Questa strategia presupponeva una bassa correlazione tra le due asset class e una volatilità contenuta delle obbligazioni: condizioni che oggi, a causa dei profondi cambiamenti di mercato, non sono più valide. Di conseguenza per ottenere portafogli resilienti è necessario adottare nuovi approcci e un mix di asset più innovativo. Ne parliamo con Giacomo Camisa, Sales Director Intermediary di Schroders.
Asset allocation: cosa ha funzionato in passato e perché ora non funziona più?
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, la priorità degli investitori era la conservazione del capitale, con portafogli fortemente concentrati sul reddito fisso. Nei decenni seguenti, però, i benefici di lungo periodo delle azioni sono apparsi sempre più evidenti: si è così affermato il modello 60/40, con il 60% investito in azioni per la crescita e il 40% in obbligazioni per la stabilità. Dalla fine degli anni ’80, molte grandi istituzioni hanno iniziato a inserire investimenti alternativi, come i mercati privati, fino a raggiungere all’inizio degli anni 2000 una quota compresa tra il 15% e il 20% del portafoglio. Per la maggior parte degli investitori individuali e molti fondi pensione, il portafoglio 60/40 è però comunque rimasto la strategia prevalente, rafforzata dalla bassa correlazione tra azioni e obbligazioni registrata tra il 1995 e il 2021. Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate. Dal 2022, l’elevata volatilità dei mercati obbligazionari ha reso le obbligazioni meno affidabili. Dopo la pandemia di Covid-19, la correlazione tra rendimenti azionari e obbligazionari è aumentata sensibilmente. Questo fenomeno è rimasto persistente.
Quali sono i fattori che hanno fatto aumentare questa correlazione?
A nostro avviso è possibile identificare dei trend che proseguiranno almeno fino al 2026 e forse oltre. Per prima cosa, il debito pubblico continua a crescere, soprattutto nelle economie avanzate. L’inerzia politica nell’affrontare il problema alimenta l’incertezza nei mercati obbligazionari, un tempo considerati sicuri. In secondo luogo, in molti Paesi sviluppati ed emergenti, l’invecchiamento demografico riduce la forza lavoro e complica ancora di più la gestione del debito pubblico. Infine, anche senza nuove tariffe potenzialmente inflazionistiche, fattori come pressione sul mercato del lavoro, vincoli alle catene di fornitura, deglobalizzazione e i costi della transizione energetica manterranno l’inflazione elevata. Insomma: l’era dei tassi d’interesse vicino allo zero è ormai superata.
Come si traduce questo nelle attuali condizioni di mercato?
Il periodo favorevole seguito alla crisi finanziaria del 2008-2009, caratterizzato da forti rialzi azionari, tassi molto bassi e bassa inflazione, è terminato. Oggi, la crescita rallenta e l’inflazione resta elevata, aumentando le preoccupazioni per i mercati obbligazionari e azionari, che risultano più volatili e spesso più correlati tra loro. In questo contesto, se da un lato le obbligazioni offrono meno diversificazione, dall’altro hanno rendimenti più alti che le rendono di nuovo interessanti come fonte di reddito. La composizione dei mercati azionari pubblici è cambiata profondamente, con i titoli statunitensi a mega-capitalizzazione che dominano gli indici globali. All’inizio del 2025, oltre il 70% dell’indice MSCI World era rappresentato da azioni USA, concentrate in meno di dieci società principali.
Come devono muoversi in questo contesto gli investitori?
Riteniamo che gli investitori debbano affrontare il seguente problema principale: la volatilità dei mercati pubblici continuerà e la correlazione tra i mercati azionari pubblici e obbligazionari rimarrà elevata. Queste mutate circostanze richiedono una nuova strategia per raggiungere la resilienza del portafoglio. A nostro avviso, tale approccio deve basarsi su tre principi fondamentali. Il primo è relativo al cambiamento alla funzione delle obbligazioni: continueranno a svolgere un ruolo cruciale nel portafoglio, ma lo faranno come generatori di reddito. Il secondo principio riguarda l’investimento attivo, che diventa fondamentale. Perseguire l’ampia esposizione al mercato offerta dalle strategie passive non è più un approccio valido. Durante i periodi di maggiore incertezza, la dispersione dei rendimenti all’interno delle asset class aumenta. Solo i gestori attivi possono distinguere tra titoli e settori con un potenziale di rendimento promettente e quelli il cui potenziale di rialzo rischia di essere molto limitato. Infine, l’integrazione di asset class alternative nei mercati pubblici e privati è essenziale. Azionario e obbligazionario sono spesso influenzati dagli stessi fattori di rendimento. Gli investimenti alternativi, come le materie prime, gli hedge fund, il private equity e il private debt, possono invece fornire una preziosa diversificazione perché i fattori che determinano la loro performance sono molto diversi.
Tratto dal pezzo “Building portfolio resilience: why today’s approach needs to be different” del 24 luglio 2025 di Remi Olu-Pitan, CFA, Head of Multi-Asset Growth and Income di Schroders.
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