Per il gestore Carla Scarano, il listino USA resta un riferimento globale grazie alla forza dell’innovazione. E le politiche di Trump daranno un’ulteriore spinta. Ma la volatilità non scomparirà e la selezione diventa cruciale. Titoli resilienti e difensivi le chiavi
Carla Scarano, portfolio manager di Anima SGR
Dopo decenni di sovraperformance borsistica, la grande volatilità portata sui mercati dalle tensioni internazionali e le politiche protezionistiche del presidente Donald Trump hanno accesso il dibattito sulla fine dell’eccezionalismo USA. Il dollaro in picchiata, i principali indici che viaggiano in altalena e la corsa sfrenata del mercato azionario europeo stanno infatti rafforzando la schiera di chi pensa che il dominio incontrastato di Wall Street sia destinato a diventare storia passata. Eppure, non mancano addetti ai lavori che continuano a vedere il Nuovo Mondo come un territorio ricco di opportunità. È il caso di Anima SGR, il cui fondo Anima America è tra quelli più diffusi in Italia presso la clientela retail. FocusRisparmio ha raggiunto la responsabile del comparto Carla Scarano, per capire cosa aspettarsi in chiave prospettica.
Il dibattito della comunità finanziaria si sta concentrando sulla fine dell’eccezionalismo USA dopo decenni di sovraperformance del mercato azionario americano. Si tratta effettivamente di un fenomeno strutturale o siamo di fronte a qualcosa di transitorio?
Uno dei motivi principali a sostegno dell’eccezionalismo USA ha a che fare con la natura del listino S&P500, piuttosto unica rispetto agli altri indici azionari mondiali: l’enorme rappresentazione di società dalla grande capitalizzazione e con caratteristiche di forte espansione. Basti pensare che le 75 più grandi aziende ad alta crescita in America sono in grado di generare, in media, il 18% di crescita del fatturato e vantano una marginalità misurata sulla generazione di cassa vicina al 20%. Senza contare un ritorno sul capitale (ROE) pari al 20% circa, di cui tre quarti destinato agli azionisti tramite dividendi e riacquisto di azioni proprie. Non solo. La maggior parte di queste realtà appartiene al settore tecnologico, che pesa più del 30% del listino: alcuni esempi sono NVIDIA, che quest’anno prevede di investire 13 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, e Microsoft, pronta a spendere nelle stesse attività 32 miliardi. Si tratta di un trend che prevediamo continuerà a essere presente.
Cosa si aspetta dalle politiche commerciali americane di qui a fine anno e come potrebbero influire sulle prospettive economiche americane?
L’incertezza in tema di costi rimane alta e gli annunci da parte di Trump sono stati così frequenti che, all’interno dei mercati, hanno rafforzato la percezione della guerra dei prezzi come di una tattica di negoziazione con gli altri Paesi. In termini di performance del mercato azionario, seppur in modo limitato, queste incertezze si sono riversate sull’espansione dei multipli borsistici: se guardiamo al rapporto prezzo-utili del listino americano, si osservano dei multipli pari a 22 volte e quindi su livelli piuttosto elevati. Nonostante tutto, gli indicatori di crescita risultano piuttosto buoni e gli ultimi dati su consumi e inflazione sembrano registrare impatti limitati dalle tariffe rispetto ai timori di inizio anno. Gli investitori sembrano dunque andare oltre la retorica protezionistica del tycoon e dare più valore alla resilienza dell’economia USA o alla buona tenuta degli utili aziendali.
Come inquadra invece la riforma fiscale di Trump e il problema del debito pubblico? Che impatto avranno sul mercato azionario americano?
Fra le altre cose, il ‘Big Beautiful Bill’ contiene due misure specifiche a sostegno delle imprese: la deducibilità totale delle spese in R&D sostenute in territorio americano, finora capitalizzate e ammortizzate nel corso di cinque anni, e la possibilità di avere un bonus di ammortamento immediato per molti beni acquisiti in conto capitale. Queste novità avranno una notevole incidenza sugli utili e sulla generazione di cassa di tante società: dalle big tech, che destinano grandi risorse alla ricerca, alle aziende del comparto industriale, che investono in Capex, fino al settore della salute e delle biotecnologie o a quelli automobilistico e dei servizi di pubblica utilità. A dispetto delle numerose critiche e nonostante l’evidente effetto sul debito pubblico, ci aspettiamo quindi un beneficio sulla crescita economica a lungo termine e sulla produttività.
Quali opportunità vede, oggi, nel mercato americano? Perché continuare a puntare su questa geografia?
Lo S&P500 rimane il più grande indice per capitalizzazione di borsa. Al momento ha un controvalore di circa 54mila miliardi, con un’elevata possibilità di investire in diverse società e settori dall’interessante profilo di crescita anche in termini di ritorni futuri. La ‘distruzione creativa’ dell’innovazione tecnologica è stata parte del DNA imprenditoriale americano per molti decenni e continua a esserlo anche oggi, con lo sviluppo e l’implementazione di innovazioni senza precedenti come l’AI. I margini aziendali restano elevati, supportati dalla maggiore produttività apportata proprio dalla tecnologia. Anche per quest’anno le attese sulla crescita degli utili aziendali si attestano al 9% e al 13% circa per il 2026. Se questa tendenza fosse confermata, i futures dell’indice azionario americano potrebbero essere ancora ben supportati.
Su cosa si basa la strategia del fondo che gestisce? Come è composto il portafoglio e in che modo seleziona i titoli?
Il portafoglio di Anima America seleziona le aziende migliori dello S&P500 dal punto di vista della strategia di business in un’ottica di lungo periodo, ad esempio in termini di market share o pricing power, e del profilo finanziario. Inoltre, viene prestata grande attenzione alla qualità del management per quanto riguarda la creazione di valore e la visione di lungo periodo. Viene data anche una forte preferenza alle imprese che dedicano gran parte delle risorse finanziarie alle spese in ricerca e sviluppo o in comunicazione, nella convinzione che per individuare i bisogni dei clienti finali occorrano importanti investimenti. Il portafoglio dedica più spazio alle large cap, che spesso sono anche quelle con la minore leva finanziaria in bilancio sotto il profilo patrimoniale. Quest’ultime risultano, poi, essere le più resilienti e le meno volatili nelle fasi di maggiore incertezza che si prospettano in ogni ciclo di mercato.
Com’è cambiata la composizione del portafoglio dall’inizio del Trump 2.0 e quali aggiustamenti pensate di apportare per affrontare la seconda metà del 2025?
In questo momento, la valutazione dell’S&P 500 sta scontando una prosecuzione dello status quo e incorpora già l’assunzione che le società tech restino il più grande contributore degli utili complessivi del listino. Si è creato un notevole divario valutativo tra le aziende riconosciute come vincenti e quelle più a sconto, appartenenti ai settori più difensivi del mercato. È proprio a questi settori, nonché alle società dalla crescita degli utili più stabile che sono rimaste indietro da un punto di vista di performance borsistica, che stiamo dedicando più attenzione nell’ottica di minimizzare la volatilità del portafoglio. Stiamo quindi ricalibrando il peso di alcuni ambiti a favore di un maggiore equilibrio tra comparti ciclici e difensivi ma rimaniamo anche investiti in titoli come Microsoft o NVDIA, che si distinguono per notevoli ritorni sul capitale investito e una forte generazione di cassa al netto degli investimenti. Per questo continuiamo a favorire il fattore della qualità come cardine per la costruzione del portafoglio.
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