Dopo i dati sull’inflazione Usa i mercati vedono una Fed meno falco. E il biglietto verde ne sconta le conseguenze. Ma per molti investitori puntare ora al ribasso potrebbe rivelarsi costoso
Prima i dati sul mercato del lavoro americano, con una lieve risalita del tasso di disoccupazione; poi quelli sull’inflazione, rallentata oltre le attese. E il super dollaro, che sembrava inarrestabile, ha ingranato la retromarcia, archiviando la sua settimana più critica da marzo 2020. Addirittura, sempre nell’ultima settimana, il Dollar Index ha registrato due delle maggiori perdite in un solo giorno dal 2016. Il rally è dunque al capolinea? È questa la domanda che si stanno ponendo ora gli investitori, pronti a riposizionare i portafogli.
“Il biglietto verde è crollato poiché la minore inflazione statunitense ha innescato le speranze di un primo pivot della Fed e ha rafforzato la propensione al rischio globale”, spiega Thomas Hempell, head of macro & market research di Generali Investments, secondo cui le crepe nella forza della valuta americana si stanno allargando.
“È probabile che la Fed riduca il ritmo di inasprimento a 50 punti base a dicembre, e la volatilità delle obbligazioni si sta attenuando a scapito della moneta Usa – osserva Hempell -. È possibile inoltre che i rendimenti statunitensi abbiano raggiunto il picco, riducendo il supporto per un ulteriore rialzo. La mossa della scorsa settimana potrebbe essere un’anticipazione del 2023, quando un vero cambiamento di direzione della politica della Fed, una conseguente (moderata) ripresa globale e il rintracciamento dei rendimenti statunitensi rischiano di abbattere la forza del dollaro”.
Peter Kinsella, global head of forex strategy di Ubp
Oltre ai dati a stelle e strisce, al crollo hanno contribuito anche i segnali provenienti dall’estero. Come fa notare Peter Kinsella, global head of forex strategy di Ubp, i dati dell’indice di sorpresa economica delle maggiori economie avanzate (esclusa la Cina) sono migliorati nelle ultime settimane,iniziando a rivelarsi migliori rispetto alle aspettative di consenso. “Questo piccolo miglioramento dei dati esterni indica che gli investitori potrebbero cambiare il loro comportamento riguardo all’utilizzo dell’usd come bene rifugio – sottolinea -. Questa dinamica è ora destinata a indebolirsi in qualche modo e gli investitori inizieranno ad allocare il capitale verso alternative a più alto rendimento. Storicamente, i picchi del dollaro tendono a coincidere con l’inizio dei rally valutari dei mercati emergenti”.
Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund
A detta di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund, questo ciclo economico si concluderà con il cedimento del dollaro, in concomitanza con una probabile recessione Usa il prossimo anno. “Mi aspetto un lungo bear market e una lunga fase di deleverage che avrà un duraturo impatto sulla crescita dell’economia – afferma -. Le uniche politiche efficaci per sostenere il ciclo saranno solo quelle fiscali, dato che quelle monetarie non avranno più lo stesso effetto di prima, poiché il sistema, oberato da un eccesso di debito, è esposto ad una balance sheet recession come già accaduto in Giappone negli anni Novanta. Il cedimento del dollaro costituirà l’ultimo capitolo di questa fase complicata ed avverrà in concomitanza con una probabile recessione Usa nel 2023, o quando la Fed dovrà necessariamente prendere atto che una Debt Driven Economy non regge i tassi necessari a contrastare l’inflazione in corso”.
Per ora Kinsella punta l’attenzione sul posizionamento. “Gli investitori hanno mantenuto posizioni lunghe sull’usd nel mercato dei futures. Le posizioni rialziste sul dollaro sono state prevalenti nei confronti di yen giapponese e sterlina britannica – fa notare -. C’è la possibilità che gli investitori continuino a chiudere le posizioni lunghe su usd/jpy in vista della pubblicazione dei dati Cpi giapponesi. È interessante notare che si sono orientati verso posizioni lunghe sull’eur/usd circa un mese fa e prevediamo che lo slancio in questo caso continuerà ad aumentare in linea con i possibili eventi nelle prossime settimane e mesi. Riteniamo che qualsiasi passo verso i negoziati tra Ucraina e Russia rappresenterebbe un enorme rischio al rialzo per l’eur/usd”.
Per l’esperto Ubp l’eccessivo profilo di valutazione del dollaro rappresenta un forte ostacolo per un ulteriore apprezzamento della valuta Usa. E le prospettive a medio termine sono chiare. “Abbiamo visto il picco del dollaro e probabilmente questo scenderà in modo graduale nei prossimi trimestri. Il ritmo e la portata della debolezza del dollaro non saranno uniformi. Gli investitori dovrebbero aspettarsi una sovraperformance delle valute emergenti ad alto rendimento rispetto al dollaro nel breve termine, seguita da quella dello yen e del franco svizzero. Una sovraperformance delle valute delle materie prime è meno probabile nel breve termine, a causa del rallentamento della crescita globale”.
Hempell raccomanda cauela: puntare al ribasso del dollaro troppo presto potrebbe infatti rivelarsi costoso, dal momento che l’economia globale sembra ancora fragile, così come le speranze di un primo pivot della Fed. “Mentre il rapporto usd/jpy ha probabilmente superato il picco, l’eur/usd sembra ancora fragile – mette in guardia -. È probabile che l’area dell’euro sia appena entrata in recessione, con il prevalere dei rischi al ribasso dovuti alle stretta energetica ed a quella monetaria. Ulteriori rialzi dei tassi della Bce e l’imminente quantitative tightening potrebbero ancora mettere alla prova la stabilità dei mercati obbligazionari europei. Prevediamo quindi un più lungo periodo di marcata volatilità prima che l’usd inizi a ritracciare in modo sostenibile”.
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