Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Ott – Nov 2018 |
Un portafoglio efficiente dovrebbe essere costruito con un giusto mix. Gli Etf hanno il vantaggio di essere più economici. Ma su alcune asset class, come i corporate bond, il gestore può essere determinante
Negli ultimi anni si è infiammata la discussione sulla tipologia di prodotti da inserire in portafoglio. Meglio una gestione attiva o una passiva? Rispondere a questa domanda non è facile. Ogni risparmiatore ha i suoi obiettivi e il suo profilo di rischio. E allo stesso tempo ogni strumento d’investimento ha delle caratteristiche specifiche che possono adattarsi a un profilo piuttosto che a un altro. Per costruire un portafoglio efficiente, dunque, bisognerebbe puntare a un giusto mix tra attivo e passivo.
Giovanni Folgori, responsabile investimenti di Euclidea
Certo, la gestione passiva ha saputo affermarsi sul mercato grazie ad alcune particolarità. Come per esempio la maggiore economicità delle commissioni di gestione. Una variabile che ha il suo peso quando si guarda ai rendimenti. Ma nello scontro tra performance, non sempre il passivo ne esce vincitore. E se “i fondi attivi che investono in azioni e obbligazioni governative tendono a sottoperformare i corrispondenti Etf – spiega Giovanni Folgori, responsabile investimenti di Euclidea – nel credito high yield e corporate, invece, è presente una quota significativa di gestori attivi che performa meglio della controparte passiva”. Una conclusione a cui Euclidea è giunta mettendo a confronto fondi attivi ed Etf “specializzati” sulle asset class più rilevanti per gli investitori, come l’azionario, diviso per aree geografiche (globale, Usa, Europa ed emergente), le obbligazioni high yield, quelle emergenti e i corporate bond.
Appare evidente, dunque, che in un processo di investimento la scelta di utilizzare strumenti a gestione attiva o passiva deve prendere in considerazione diversi elementi, quali appunto il contesto di mercato in cui ci si trova e l’asset class in cui si vuole investire, quindi azionario o obbligazionario. Anche perché, la gestione attiva può offrire un valore aggiunto rispetto ai prodotti passivi, “grazie alle competenze dei gestori, ma anche alle opportunità che il contesto di mercato offre – commenta Marco Parini, Direttore Investimenti di CheBanca! – Più elevato è il numero di inefficienze di mercato o la complessità o volatilità dello stesso, maggiori saranno le opportunità per i gestori competenti di generare rendimenti superiori a quelli dell’indice o di uno strumento passivo che punta a replicarlo”.
E questo oggi, come ha dimostrato Euclidea, è particolarmente vero proprio per il mercato obbligazionario, dove una gestione attiva sull’esposizione al rischio di tasso e al rischio di credito potrebbe essere sicuramente preferibile all’investimento in un puro strumento passivo.
“Sul lato azionario, contesti di mercati in rialzo e volatilità relativamente contenuta sono sicuramente più favorevoli agli strumenti passivi – continua Parini – anche se gli strumenti a gestione attiva riescono a proteggere maggiormente l’investitore e a performare relativamente meglio in fasi di elevata volatilità, minimizzando il drawdown per il cliente. La gestione attiva più in generale potrebbe essere da favorire anche in tutti quegli ambiti di investimento dove l’analisi e la selezione dei sottostanti può generare un valore. E mi riferisco a particolari tipologie di strumenti obbligazionari o a fondi azionari che investono su un tema o settore specifico”.
L’incremento medio su base annua è del 33%. Intanto crescono i prodotti quotati e anche il numero degli emittenti (a quota 20). Nel 2019 a dare un’ulteriore scossa al settore sarà il colosso Usa Vanguard
Scolari (Ascofind): “Il bilanciamento tra penetrazione dei fondi attivi e passivi a favore di questi ultimi non può che passare da un riordino ormai inevitabile delle politiche commerciali e retributive”
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