Real estate, Italia in testa con 13,5 miliardi di euro di investimenti
Volumi record, crescita fuori dalle grandi città e interesse per Living e logistica: il 2025 segna una nuova fase di maturità per gli investitori nazionali e internazionali
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Era il marzo del 2022 quando la Federal Reserve avviava la sua lotta senza quartiere all’inflazione: in poco più di dodici mesi, la banca centrale americana ha aumentato il costo del denaro di 500 punti base per poi fermarsi e adottare un atteggiamento attendista per un altro anno. Una cura da cavallo che non ha sortito gli effetti sperati: l’economia Usa ha continuato a crescere, l’inflazione core non è arretrata nella misura prevista e il mercato del lavoro non ha mostrato segni di debolezza. Secondo Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, si tratta però di una mera questione prospettica: per capire se la politica di Powell e colleghi sia stata davvero restrittiva, occorre cioè guardare oltre i Fed Funds.
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Il tasso sui fondi federali potrebbe infatti non essere la metrica più indicativa, dal momento che sono in pochi ad operare su questo mercato. “Al contrario, i tassi a più lungo termine potrebbero risultare maggiormente significativi per gran parte degli investitori e delle istituzioni”, spiega l’esperto. Che sottolinea come i rendimenti dei Treasury a dieci anni, nonostante siano in aumento dal 2022, rimangano nettamente inferiori al tasso sui Fed Funds. Inoltre va anche considerato che, a dispetto della stretta monetaria, gli spread creditizi sono ridotti: “Questi riflettono il premio al rischio rispetto ai titoli di Stato che imprese e famiglie devono pagare per prendere in prestito del denaro. Spread creditizi ridotti riflettono condizioni finanziarie più favorevoli, non più rigide”, evidenzia.
Per l’economista di Payden & Rygel ci sono poi alti quattro aspetti da considerare per spiegare la situazione attuale degli Stati Uniti. Il primo sta nel fatto che il livello dei tassi in sé dice poco su credito e rischio. “Se si può contrarre un prestito al 5% e ottenere rendimenti a doppia cifra altrove, allora il 5% non è poi un tasso così restrittivo”, chiarisce. Inoltre, a suo parere, invece di guardare al livello dei tassi in assoluto, si potrebbe confrontarli al tasso neutrale, che tende ad aumentare quando sale la produttività dell’economia. “Il Summary of Economic Projections mostra che il membro mediano del Fomc oggi prevede un tasso d’interesse di lungo periodo più elevato: se questa proiezione si rivelasse corretta, il 5% sui Fed Funds non sarebbe un livello poi così restrittivo”, analizza.
Va poi anche considerato che i mercati guardano più al bilancio della banca centrale che al tasso sui Fed Funds. “A titolo d’esempio, quando i saldi dell’Overnight Reverse Repo Facility sono saliti a quasi 2.500 miliardi di dollari nel 2023, la liquidità che usciva dal sistema bancario stava entrando nel bilancio della Fed. Più di recente, il denaro è rientrato in circolo e la liquidità è migliorata, con il saldo ON RRP sceso al di sotto della soglia dei 400 miliardi di dollari”, chiarisce Cleveland. Che, infine, ricorda come tassi più elevati significhino redditi più alti per famiglie e imprese: “Chi è riuscito a ‘blindare’ i costi di finanziamento, ad esempio attraverso mutui a tasso fisso a 30 anni o emissioni con scadenza a 5 o 10 anni, oggi gode di rendimenti più elevati sui propri risparmi”, fa notare.
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Ne deriva, secondo Cleveland, che i timori di una falla nel sistema potrebbero essere eccessivi. “L’economia statunitense potrebbe avere ancora spazio per correre: arginare l’inflazione è ancora possibile e non è detto che i tassi debbano calare nel breve termine, anzi è possibile che debbano ancora aumentare”, sostiene. Per Payden & Rygel lo scenario più probabile è che la Fed mantenga l’attuale approccio attendista per la maggior parte dell’anno, ma vede un 15% di probabilità di ‘no landing’, con un ulteriore aumento dei tassi da parte dei policymaker. “Se i dati macro dovessero continuare a mostrarsi resilienti, investitori e addetti ai lavori potrebbero cominciare a interrogarsi espressamente sulla sufficiente restrittività della politica monetaria” conclude l’economista.
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