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A marzo, il CPI è salito dello 0,9% su base mensile, il massimo da quattro anni, e del 3,3% rispetto all’anno precedente. Boom della benzina. Per gli analisti, la Fed è di fronte a un rebus
Per gli Stati Uniti arriva il primo conto dello shock causato dalla guerra contro l’Iran. A marzo l’inflazione a stelle e strisce è infatti aumentata dello 0,9% su base mensile, esattamente come previsto, e ha segnato l’incremento più consistente da quattro anni. Il dato annuale è salito invece del 3,3% dal 2,4% di febbraio. Un’accelerazione attesa, con i rincari energetici che si sommano all’impatto dei dazi, ma che non può non preoccupare la Federal Reserve e spingerla a rimandare i tagli dei tassi. Soprattutto alla luce di un mercato del lavoro che sembra tenere.
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Energia al top dal 2025
L’inflazione ‘core’, ovvero quello depurata dalle componenti più volatili, si è mantenuta in linea con le attese ed è cresciuta dello 0,2%. Rispetto a un anno prima, l’incremento è stato del 2,6% contro il 2,7% delle stime e il 2,5% di febbraio. Ma gli economisti credono che il moderato aumento dell’indice più osservato dalla Fed non servirà a rassicurare i funzionari della banca centrale, convinti di vedere un’altra accelerazione quando emergeranno gli effetti secondari dell’impennata del petrolio. Sia il CPI ‘core’ sia il PCE sono stati infatti stati trainati finora dalle imprese, che hanno trasferito sui consumatori parte dei dazi trumpiani. A marzo, però, i prezzi energetici sono balzati del 10,9% e del 12,5% su base annua. L’indice della benzina è schizzato del 21,2%, mettendo a segno il maggiore allungo mensile di sempre.
Uno scenario fragile
“Sebbene questi dati si riferiscano a marzo”, avverte da Janus Henderson Investors, il global head of Securitized Products e portfolio manager John Kerschner, “l’influenza del conflitto con l’Iran è lungi dall’essere terminata”. Prova ne è, secondo l’esperto, il fatto che i prezzi della benzina sono saliti del 21% nel report ma di circa il 40% complessivamente dall’inizio della guerra. “Ci si aspettano quindi ulteriori aumenti in questo settore”, avverte. E lo stesso vale per i generi alimentari, rimasti stabili a marzo: “Visti i rincari del gasolio”, evidenzia, “è solo questione di tempo prima che questi effetti si ripercuotano sui settori a valle”.
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Il dilemma della Fed
Per Kerschner, la Fed si trova quindi di fronte a un grave dilemma: ignorare questa anomalia (si spera di breve durata) nei dati sull’inflazione o prendere in considerazione un aumento dei tassi mentre la crescita sembra in stallo. “La risposta sta ovviamente nella durata del conflitto”, spiega, “che nessuno può prevedere con precisione in questo momento”. Poi aggiunge che per ora l’unica certezza è che i prezzi dell’energia rimarranno elevati per mesi e forse anni, anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse oggi stesso. Attualmente i mercati scontano lo status quo sul costo del denaro almeno per le prossime dieci riunioni, ma secondo l’esperto gli operatori stanno dimenticando l’euristica secondo cui un aumento del 10% del barile fa salire l’indice dei prezzi al consumo di 25-30 punti base e quello di fondo di 4-5. “Se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli per un periodo di tempo considerevole”, conclude pertanto, “ci troveremmo di fronte a dati CPI complessivi che potrebbero superare il 4% e persino a dati core intorno al 3%”.
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